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Foglie in autunno

 

 

La ripresa autunnale, pensata quando si è ancora nel pieno dell’estate, è sempre un po’ inquietante. Di solito la si vorrebbe allontanare, ritardare. Quest’anno, invece, mentre eravamo immersi nella luce spesso accecante e nel “tempo lento” dell’eccezionale (o forse, ora, abituale) calura estiva, l’arrivo dell’autunno poteva apparire come un ritorno alla normalità.

 

Ora ci siamo, le foglie degli alberi stanno cadendo, e possiamo verificare che il tempo non si era mai fermato. Le guerre sono continuate, in forma ibrida e in forma classica; i conflitti sociali si sono acuiti e ora sono esplosi in tutto il mondo; le notizie continuano ad arrivare, vere o false, solo su certi avvenimenti, mentre su altri dobbiamo affidarci a testimonianze a volte coraggiose per non lasciarli confinati nel silenzio dell’indifferenza o della complicità. La spirale del tempo/spazio mai come in questo periodo sembra complicarsi e avvolgersi intorno a noi. Me ne accorgo anche quando, durante le presentazioni, mi soffermo sul titolo del mio quinto romanzo Il cerchio più piccolo.

C’è, anzitutto, il senso che assume nel libro: una dimensione esistenziale che sembra contrarsi e stringersi intorno ai personaggi, soprattutto taluni di essi, imprigionandoli in un vortice tra passato e presente. Una morsa che, però, a volte si allenta inaspettatamente, lasciando intravvedere nuove aperture di speranza nel futuro.

C’è anche la dimensione che assume in chi ascolta mentre parlo delle vite e dei sentimenti dei personaggi. Di norma il pubblico coglie subito la metafora insita in quel titolo, facendola propria, immedesimandosi, in base alla propria esperienza di vita o alle proprie fatiche, alla propria resistenza/resilienza perché non finisca o rimanga imprigionata la speranza di cambiamento. Da questo punto di vista la comprensione è più agevole per le persone adulte. Quanto ai giovani, è più frequente che colgano un significato rivolto unicamente ad un passato non loro o che si identifichino in una situazione di schiacciamento e di prigionia, in connessione con tanti vissuti giovanili odierni.

A questo proposito: nell’oscillare del pendolo tra forza e fragilità, si moltiplicano le analisi e i discorsi sulle ribellioni giovanili, manifestate in proteste organizzate, molto partecipate e civili, ma talvolta con frange violente, disperate e angoscianti, e con l’intramontabile rito dell’esproprio; che una volta si sarebbe detto proletario, mentre ora conta soprattutto l’immagine del gesto e del maltolto, perfetta per la vetrina social. Forse anche i giovani (spesso ragazzi e ragazzini) stanno, a seconda delle loro storie e della loro formazione, cercando il loro cerchio più piccolo ˗ inteso come autenticità ed effettività di esperienze umane da sperimentare e arricchire ˗ o, al contrario, stanno puntando a rifuggirne nel timore di essere imprigionati, se non stritolati.

Forse la difficoltà sta nel credere davvero che le spirali della storia, personale e collettiva, possano essere aperte, scardinate, prima che ci imprigionino; difficoltà che si acuisce se non c’è la consapevolezza di quanto siano essenziali le risorse costituite dal lavoro di rete e dalla condivisione dell’impegno indispensabile perché la speranza non sia solo una bella parola ma la molla per un costrutto comune, unificante.

Nel mio romanzo la rete di sforzi di verità, o semplicemente di resilienza, accomuna    personaggi molto differenti per età, ambiente, storia personale. Un punto di contatto, però, ce l’hanno: hanno dovuto resistere ai contrasti, alle difficoltà, al pregiudizio, alle calunnie o semplicemente alla superficialità degli altri. Dai personaggi (solo un paio, invero) che “arrivano” dal precedente romanzo Uno come tanti a quelli nuovi, ma ancora simili ad altri precedenti ˗ e soprattutto molto simili alle persone che incontriamo ogni giorno ˗ tutti sperimentano la fatica di fidarsi e affidarsi, la paura (talvolta, purtroppo, fondata) di essere travolti e sommersi, ma anche il valore di una lotta tenace e la felicità, intensa proprio perché sofferta, se e quando si aprono varchi, anche improvvisi, verso la verità e la giustizia.

Alcuni sono personaggi fragili o credono di esserlo, ma spesso proprio la loro fragilità, reale o percepita, li rende più attenti e più capaci di relazioni autentiche e di felici “avvistamenti” quando, all’orizzonte, ne sorgono i presupposti.

Per concludere: no, anche Il cerchio più piccolo, come gli altri miei libri, non ha, decisamente, rappresentato per me una fuga dal tempo e dalla realtà. E il personale cerchio più piccolo di ciascuno di noi può essere momento di consapevolezza e di voglia di apertura proprio quando si fa più fatica a prenderne atto, a livello personale e storico. Una fatica, dunque, proficua.

Spero che, almeno un po’, questa sia anche l’esperienza dei miei affezionati venticinque lettori.