Era proprio ora di presentarlo, è uscito i primi giorni di maggio  e già dalla copertina tende a farsi notare un po’…

 

Se volete leggere la quarta di copertina vi accontento subito

 

 

 

Ha iniziato al Salone del libro di Torino il suo cammino verso i lettori, ospite per una breve presentazione presso il padiglione Puglia.

 

 

 

 

 

 

Ora Fronte Sud inizierà a muoversi con il suo autore tra le solite difficoltà/ opportunità: trovare luoghi adatti per essere presentato, conosciuto e discusso, trovare canali perché il suo potenziale messaggio possa essere ascoltato, anche in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, trovare anche padrini e madrine che abbiano il desiderio di accompagnarlo in questi primi passi.

Qualche breve riflessione.  Il titolo Fronte Sud:  due termini che associati  fanno subito pensare, come naturale e giusto, alla guerra in Ucraina, a Odessa, a Mariupol. Ma, dice un personaggio di questo romanzo, «quello che ci tocca è guardare sempre verso il Sud del mondo e della vita, verso le aree più problematiche della storia e della memoria».

L’autore, che concorda con lui, guarda alla storia, quella dei nostri giorni e dei ragazzi in arrivo sulle nostre coste dall’Africa e quella dell’aggressione coloniale fascista, e si appassiona alle vicende del romanzo sperando che siano coinvolgenti anche per i lettori.

La dedica del libro è «A ciascuno di noi, perché abbia sempre testa e cuore per le lotte giuste, sui fronti giusti. Non è facile neanche per i personaggi di un romanzo, ma non è impossibile. Come vincere, nonostante tutto».

Avrò modo di approfondire nel tempo questi primi flashes , partendo , spero, dai quesiti e dalle occasioni che incontrerò nelle presentazioni e nelle curiosità dei lettori.

Mi piacerebbe che il discorso si allargasse dalla storia alla Storia, per riflettere su problematiche rimosse, ma che tornano a bussare alla porta nella quotidianità   sui nostri stessi territori.

Se poi  vi interessasse anche avere una suggestione per immagini , ecco il link di un video creato per incuriosirvi un po’

https://www.youtube.com/watch?v=FtMlk8Uzt8o

Per ora buona lettura … a presto con nuovi spunti e suggerimenti!

 

 

 

“Decise di andare in chiesa, in quello strano giorno di quella strana festa insanguinata. Quella di cui non parlavano granché bene neanche in ufficio: troppo vicina a Natale, non è roba da grandi regali, il tempo è sempre incerto e non si sa mai come vestirsi… Invece, quando entri in una chiesa in un giorno così, che non si dicono messe ma la gente c’è comunque, avverti subito un senso di vuoto e non solo perché la croce è coperta dal velluto viola. Dovrebbe riempirlo ciascuno di noi, comportandosi meglio o semplicemente sperando”. (da Messa alla prova, capitolo Venerdì Santo, p.314). Queste parole, scritte qualche anno fa pensando a un Venerdì Santo “normale”, mi sembrano attuali nei tre punti essenziali.

-1) Pasqua, preceduta dal martirio e dalla morte, è festa, diciamo così, “impegnativa” di suo. Quest’anno, con quanto avviene “sul terreno” (come dicono i media) e con quelle immagini che spaccano il cuore come colpi di lancia, l’impegno è massimo. -2) Le parole, almeno certe parole, suonano incongrue e talvolta sono proprio insulse. Le riserve di esse sono illimitate come vari arsenali militari, ma proprio per questo ne andrebbe fatto un uso più responsabile, da parte di tutti. -3) Sperare, se non inteso come una sorta di minimo sindacale, non è, invero, affatto semplice. Però è indispensabile, per ripartire nonostante il vuoto (o peggio) attorno e come motore nel cammino.

Ricordo il cardinale Martini dire che il delitto più grande è la perdita della speranza. Certo non deve essere né soppressa né abbandonata come una scatola vuota e inutile; ma deve anche procedere di pari passo con intenzioni ragionevoli, parole responsabili e la determinazione a perseguire instancabilmente tutte le vie perché per “risolvere” un conflitto non se ne faccia scoppiare uno più grande e ancora più distruttivo. Un paradosso che nella storia ha vari precedenti. Chi ha superato i 70 e, come me, ha avuto genitori, zii e nonni coinvolti nelle guerre della prima metà del Novecento ne ha presenti, grazie anche a quei portatori di una memoria diretta, i meccanismi di innesco, propagazione e reiterazione; così come l’agire prevaricatore o autenticamente delirante dei responsabili, ma anche quello convulso dei troppi che li seguivano perché imbevuti dalla propaganda, dal nazionalismo, dal revanscismo, dal bellicismo considerato espressione di personali virtù guerriere e di rigenerazione (!!!) collettiva.

Per concludere: almeno non deleghiamo i dibattiti ai talk-show e le scelte agli uomini soli al comando (ve ne sono, in forme varie, da più parti). Avvertire, in queste situazioni, un senso di vuoto, per carenza di dibattito vero nelle sedi più proprie e che dovrebbero essere più rappresentative, è un brutto segno. Tocca a ciascuno di noi cercare di colmarlo. Con quello che si ha, come le parole di un romanzo non più fresco di stampa e di un post senz’altra pretesa che quella di tenere assieme pensieri ed emozioni quando ormai si approssima questa Pasqua del 2022.

Sembra il titolo di un romanzo rétro sulle memorie di un tempo passato, ancora vicino nel ricordo grazie ai racconti dei più anziani. Invece no, ora stiamo viaggiando su treni che sfrecciano velocissimi sui binari, imbavagliati nelle nostre mascherine regolamentari ffp2, che ci consentono di relazionarci (ma non troppo) e di sbocconcellare qualcosa di fretta, quasi di soppiatto, dopo le debite abluzioni con i disinfettanti di rito. Tuttavia le voci dei notiziari on line che spuntano dai cellulari o le immagini che si dispiegano dalle pagine dei giornali cartacei (anche se, ormai, sempre più rari) ripresentano gli orrori di sempre delle guerre.

Immagini di case distrutte, file di profughi in fuga, pianti e disperazione, dichiarazioni roboanti dei potenti e inascoltati appelli per la pace. L’orrore di sempre, corredato dai sospetti sui massacri scoperti e su quelli da scoprire, ma anche la novità della (solita) propaganda di guerra, questa volta diffusa tramite social, delle conferenze, degli incontri al vertice e perfino delle trattative on line, con linee internet evidentemente solidissime nonostante missili, bombe, interferenze dei droni.

Ci sembrava di stare riconquistando i nostri spazi, pur imbavagliati nelle nostre mascherine e sempre sulla difensiva contro gli attacchi di un nemico invisibile, dai nomi classici come le lettere dell’alfabeto greco. Ora, invece, si ripropone l’immagine di un nemico nuovamente molto visibile e concreto, con le sue sfide, le sue bombe, le sue distruzioni, i suoi carri armati pieni di giovani mandati verso il baratro e la disperazione.

Mi sembra per un momento, con l’aria che tira, quasi fuori luogo andare a presentare lontano da casa un romanzo che, a causa della pandemia, è ormai giunto alla seconda candelina senza essere finora riuscito a girare granché.  Di questi tempi la fatica di una presentazione non è legata solo al viaggio, alla trasferta o al sovrapporsi delle date: è proprio questo senso di vuoto e di minaccia incombente che rende pesanti i movimenti e forse incide perfino sull’eloquio.

In questo periodo, poi, forse trovano maggior consenso fra i lettori le pubblicazioni che consentono evasioni, di tipo geografico o psicologico, che suggeriscono scenari lontani, persino distopici, purché siano dichiarati tali, anche se ahimè ormai largamente consonanti con le ore del presente le minacce del futuro.

Ma poi ci ripenso e, in linea con il mio Un anno strano, concludo che per certi aspetti questo contesto storico è, in realtà, uno dei più adatti per parlarne. Proprio oggi sentiamo assonante l’incombere del passato sulla storia di tutti, compresa quella pur “corta” dei più giovani, la necessità di osservare con un “campo lungo” i vari problemi, senza doverli necessariamente inquadrare, per affrontarli, nelle classificazioni standard delle analisi o delle procedure.  Ancora: la necessità inderogabile di un’ottica di squadra, “l’essere tutti sulla stessa barca”, come si diceva fino a pochi mesi fa, quando affrontavamo il discorso contro i contagi e non contro la violenza di chi vuol risolvere le controversie con l’antico strumento dell’annientamento del nemico. Un’ottica di squadra che tuttavia la guerra vicino a casa ha già messo in crisi, ammesso che ci fosse davvero, con le contrapposizioni delle prese di posizione e delle scelte sul da farsi.

Non importa: lo scirocco che mi accoglie a Bari, e che forse mi ha seguito per tutto il viaggio lungo l’Adriatico, sembra proprio quello che in copertina sta scompigliando i capelli di Romy, la mia protagonista, rendendola nel contempo figura familiare ed enigmatica. Sto andando avanti, anche a macinare chilometri, proprio perché la storia di Romy mi sembra sempre significativa e attuale. Ѐ uscita dalla mia mente e dal mio pc, ma Romy è incredibilmente vera con il suo bisogno di attenzione, di protezione, soprattutto di rispetto. Bisogni che accomunano da sempre non solo tutti i ragazzi (anche quelli in fuga di oggi) ma anche tutti i deboli, i fragili e -perché no- tutte le vittime di violenza della storia.

Costruire momenti, seppur rapidi, di riflessione sulle possibilità di ascolto e forse anche di riscatto o almeno di riabilitazione significa pensare ostinatamente in chiave utopica? Significa rimpiangere i tranquilli scenari di “prima”, con le difficoltà ordinarie e gli ordinari disagi del passato? Oggi no, certamente no. Presentare un libro del genere, discutere sull’anno strano che è la vita di tutti noi, ricordarci che “siamo per sempre responsabili degli occhi che abbiamo incontrato” (come recita il proverbio africano della mia dedica) è anche uno sforzo di testimonianza.     Significa far appello, prima di tutto dentro la fatica del nostro quotidiano, alle possibilità di resilienza di tutti e di ciascuno, a quel senso di umanità residuo che ci dovrebbe richiamare alla continua, quotidiana, piccola e insieme enorme responsabilità di offrire risorse, suscitare speranze per spargere qualche seme di pace.

Sabato 26 febbraio “La Stampa” ha dedicato due pagine agli interventi di scrittrici (Valeria Parrella, Viola Ardone) e scrittori (Giorgio Vasta, Maurizio Maggiani) sul tema della guerra in Ucraina. Mi ha colpito il fatto che la maggior parte di loro si sia descritta quasi come impreparata di fronte alle immagini e al trauma emotivo della guerra. Quell’esperienza l’aveva vissuta sulla propria pelle la generazione dei nonni e, indirettamente, quella dei loro figli (“una generazione di mezzo che è ancora viva in parte, sono i nostri genitori”). Chi è venuto dopo (“Noi siamo quelli che sono venuti dopo”) sembra non potersi sottrarre allo sgomento e al turbinio delle emozioni suscitate dal massiccio insieme di immagini e di voci così intense e ravvicinate, provenienti da uno scenario bellico reale e da popolazioni prese in mezzo a un conflitto sul suolo europeo. L’opposta enunciazione del solo Maggiani (“No, non provo nessuna particolare emozione, nessuno sdegno suppletivo…”) è, nel contesto di un intervento che mi sembra, nel merito, il più condivisibile, fin troppo marcata e netta per non apparire provocatoria. In sostanza: a queste emozioni dovremmo essere ormai assuefatti.

Su questi spunti svolgo qualche breve riflessione, da lettore di quella “generazione di mezzo”, nato cinque anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, da genitori a cui, come per tutti in quegli anni, la guerra non aveva risparmiato le sue asprezze.

Le immagini “di guerra”, nel senso di innumerevoli conflitti in ogni parte del mondo non esclusa l’Europa, sono state, nei vari decenni trascorsi da allora, una costante, alimentata non solo dalle memorie di genitori e altri prossimi congiunti ma anche e soprattutto dalla realtà del ricorso alla violenza degli apparati bellici: i carri armati sovietici a Praga nel ’68 (e già a Budapest nel ’56), i conflitti che negli anni ’90 insanguinarono vari Sati della ex Jugoslavia quali la Croazia, la Serbia e la Bosnia (diranno pur qualcosa, ancora, i nomi di Sarajevo, Mostar, Srebrenica), la guerra per il Kossovo e la stessa contesa fra Russia e Ucraina nella sua prima sortita bellica. Quella che, nel 2014, riguardò la Crimea e lo stesso Donbass e che è proseguita in forma strisciante, ma causando circa 14.000 morti, fino all’attuale aggressione russa. Il tutto per non parlare della Cecenia e delle ricorrenti ostilità fra Armenia e Azerbaigian.

Avendo presente tutto ciò, colpisce e stupisce leggere, per il post conflitto mondiale e guerra fredda, di “… velata certezza che noi mai più in Europa avremmo avuto una guerra calda, con colpi di fucile, sirene nella notte, facciate di palazzi crollate, tetti sfondati, notti di bombe, urla di civili, eserciti al fronte” e che “fino a qualche mese fa bombe e bombardamenti sono stati per me qualcosa che esiste soltanto nell’informazione e nella messinscena narrativa”. Preso atto, comunque, di tali affermazioni (in significativo contrasto con quelle di Maggiani, guarda caso meno giovane e prossimo anagraficamente alla “generazione di mezzo”), mi sembra che vadano svolte almeno un paio di considerazioni.

La prima muove dal fatto che la cultura della pace e (art.11 della nostra Costituzione) del “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è qualcosa che possa funzionare a corrente alternata, a seconda degli scenari geografici e di mutevoli criteri di opportunità (i “giri di valzer” di cui leggevamo nei manuali scolastici).

Conoscevamo tutti, da molti anni, le caratteristiche della Russia “di Putin”, così come abbiamo conosciuto e conosciamo quelle, non dissimili nella sostanza, di non pochi altri Stati, nei più vari scacchieri del mondo (e anche più vicino a noi). L’unico modo per tentare di prevenire o almeno contrastare tragedie come quella attuale in Ucraina non può che passare per una serie di scelte coerenti sul piano dei rapporti internazionali, compresi ovviamente quelli economici e commerciali. Come cittadino, ciascuno di noi, quali che ne siano età, cultura e posizione sociale, dovrebbe avere sempre ben presente la realtà della guerra: non per la sua immagine disturbante, da rimuovere o dimenticare, ma come male contro il quale non va mai dismessa la mobilitazione. Anzitutto sul piano della vigilanza, della memoria e della circolazione delle idee e della solidarietà. Questione che non può non coinvolgere a fondo anche gli scrittori

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Con il che passo al secondo punto e alla conclusione. Ogni persona, così come ogni generazione, è più sensibile a certi temi, problemi, miti. Ma nei libri e nelle letterature sono rappresentati tutti e per chi legge è come vivere più vite (Eco). Credo, quindi, che la scrittura sia essenziale anche quale veicolo di trasmissione di storie, emozioni e riflessioni sul tema della guerra, purtroppo una costante nella vicenda umana. Sì che nessuno, “al di qua o al di là della pagina” (quindi scrittore o lettore), finisca per farsi trovare, pur nello sconcerto e nel dolore che ci pervadono, quasi disarmato di fronte alla guerra quando essa, maledettamente, alza o rialza la testa. Le armi della cultura e della consapevolezza sono quelle che tutti possiamo e dobbiamo usare a testa alta.

 

 

A inizio gennaio una nostra amica ha sfidato il freddo per andare a Berlino a trovare il figlio, da tempo studente in quella città. Nella sua prima telefonata, la sera stessa dell’arrivo, oltre alla gioia di averlo rivisto, ci ha subito comunicato che sarebbe andata a comprare qualcosa per lucidare l’ottone, perché davanti al portone di casa aveva trovato ben otto “pietre di inciampo”, ricordo tangibile della deportazione di un’intera famiglia. Con l’avvicinarsi del Giorno della Memoria, desiderava che le targhette fossero ben lustre e visibili. Nei giorni successivi ci ha riferito di come questo ricordo, varcando il portone, si trasformasse quasi in un’evocazione fisica di quella famiglia, strappata da quella casa. Una tra le tante ricordate dalle pietre di inciampo a Berlino e in Europa (130 solo a Torino).

  L’idea che nel gelo del gennaio berlinese qualcuno investisse tempo e fatica a lucidare delle pietre di inciampo, proprio per far inciampare meglio l’attenzione dei passanti frettolosi, come monito permanente legato a quegli avvenimenti, mi ha fatto riflettere su come dovremmo essere capaci di attualizzare sempre quella ricorrenza. Il Giorno della Memoria, infatti, ha assunto negli anni una doppia connotazione: per alcuni un ricordo doveroso ma rituale (talvolta anche per le istituzioni), per altri un impegno sempre nuovo per il presente, una testimonianza di responsabilità. Tra questi ultimi, fortunatamente, molti educatori e giovani che organizzano attività di responsabilizzazione partendo da questo giorno.

Tuttavia già il termine responsabilità oggi non ha una connotazione univoca e deve essere spesso illustrato con attività di storytelling per poter essere attrattivo, degno di essere preso in considerazione. Una narrazione che deve anche fare i conti con il dibattito, da tempo aperto dalla storiografia, sulla contrapposizione tra memoria e storia; importante sul piano della metodologia, ma che viene, in realtà, spesso usato anche come digressivo o, ancor peggio, strumentalizzato a favore di una oggettività ancora da raggiungere. In questo caso non si intende l’auspicabile oggettività scientifica, ma piuttosto una rievocazione vicina ai canoni del politically correct.          

Non credo che sia la via giusta. Probabilmente dovremmo, al contrario, essere in grado di costruire nuove pietre di inciampo legate alle mille difficoltà della storia di oggi, capaci di aiutarci a superare rimozioni individuali e collettive, in grado almeno di risvegliare le coscienze a volte sopraffatte, a volte silenti. Per nulla facile, anche se viviamo in tempi in cui si sprecano e si esaltano metafore di tutti i tipi.

Non facile per noi, figuriamoci per i giovani. Sul loro cammino ci sono tanti inciampi veri e propri, non le nuove pietre d’inciampo di cui avremmo bisogno. Inciampo, per esempio, lo spettacolo della politica durante le recenti elezioni del presidente della Repubblica, ampiamente commentate in lungo e in largo dai media, con lo stesso stile e la stessa tempistica con cui si commentano le mosse dei giocatori e delle squadre alle partite di ammissione alle finali dei mondiali. Oppure inciampo anche il salotto televisivo che, per una intera serata, disquisisce sul fatto che il presidente in pectore non può mai essere il personaggio più degno o più meritevole, ma deve essere, invece, solo il più adatto ad essere accettato dalle varie mediazioni politiche.  Realismo politico? Provate a chiedere ai giovani il loro commento in merito …

Fortunatamente per i media e per il morale della nazione la conciliazione tra generazioni si è attuata, però, già qualche giorno dopo, teorizzata in una conferenza stampa in cui il conduttore di Sanremo magnificava l’idea di aver collocato in gara insieme tutti i generi musicali e cantanti di tutte le età, legati dalla “adrenalina della gara”. Unità nella diversità, con il televoto giudice sovrano, con gli artisti più anziani già contenti “per essere stati ammessi”.  Anche questa una metafora di politically correct o addirittura proprio della attuale democrazia?

In effetti, come hanno notato molti esperti, intendersi sul significato delle parole legate alla vita civile e politica è sempre più difficile perché ciò a cui le parole rimandano è molto diversificato nei vari ambiti sociali. Un esempio evidente è l’uso della parola libertà in questi ultimi due anni di pandemia, con interpretazioni a volte opposte. Un uso che contrappone ideologicamente il termine individuo al termine persona, una visione di libertà focalizzata sul singolo e un’altra legata alle relazioni di comunità e di società civile che costituiscono l’identità della persona.

Forse è proprio necessario cercare di ricostruire un lessico comune, almeno per capirsi, se non per accordarsi. Ma per far questo bisogna mettere in campo molte componenti: conoscenza, onestà intellettuale, ma anche tanta intelligenza emotiva. Se è vero che spesso si inseguono effetti emotivi con ogni tipo di comunicazione, è altrettanto vero che non si dedica molta cura a ricavarne conoscenza e comprensione; nemmeno si cerca di passare dall’emozione al sentimento, presupposto necessario delle motivazioni e dei convincimenti morali.

Chi da sempre lavora con i giovani sa che un metodo efficace per motivare deve far leva sulla capacità di suscitare comprensione empatica, arma che aiuta spesso a sottrarsi alla tirannia di troppo ingombranti.  Già l’io, il , altri inciampi non da poco.

Ma non scoraggiamoci: importante è continuare a guardarsi attorno, cogliere dei segni capaci di costituire senso di comunità e voglia di testimonianza. Importante è che ci sia sempre qualcuno disponibile a lucidare le targhette delle pietre di inciampo, per capire e segnalare in questo modo quali, invece, siano i nostri quotidiani inciampi da rimuovere.

Ritengo opportuno mettere su questo sito la lettera pubblicata nei giorni scorsi dal Comitato che si oppone all’iniziativa della Giunta Regionale piemontese denominata “allontanamento zero”; questione su cui scrissi nel febbraio 2020 per “Questione Giustizia”.

Carissim*,

il giorno 10 gennaio 2022 è ripresa la discussione in IV commissione consiliare sul DDLR “Allontanamento zero”, proposto dalla giunta regionale. 

L’opposizione ha presentato oltre 200 proposte di emendamento; con tutta probabilità però il DDLR n. 64 verrà portato in Aula e approvato a breve, anche nelle prossime settimane.

Nella sua forma attuale, anche con le poche modifiche e integrazioni introdotte,  resta identico nella sostanza e fortemente pericoloso per i diritti dei minori, specie per l’ideologia da cui nasce e si sviluppa. 

Continua ad essere un disegno di legge:

–          nato per rispondere ad un problema che non esiste (in Piemonte 60.000 minori sono seguiti a casa loro);

–          con scopi di mera propaganda su un tema poco noto e che attiva però la partecipazione emotiva delle persone;

–          fondato su un’idea della famiglia, in cui prevalgono i legami di sangue sul benessere delle persone e il diritto degli adulti su quello dei minori;

–           pieno di dispositivi inattuabili perché a costo zero (per aiutare davvero le famiglie e i minori sono necessari investimenti nel settore sociale e sanitario e non un trasferimento di fondi da una parte all’altra del bilancio rischiando di lasciare scoperti altri settori!);

–          centrato sulla convinzione che sia sufficiente fornire un contributo economico per risolvere problemi gravi delle famiglie (le dipendenze si risolvono con un contributo? La violenza si elimina con del denaro? Il maltrattamento si cancella con un reddito aggiuntivo?).

Riteniamo dunque importante far sentire nuovamente la nostra voce, nonostante il periodo complesso. Vi proponiamo un’iniziativa comune.

Abbiamo preparato delle “cartoline” (allegate a questa email) che sintetizzano il nostro pensiero rispetto al disegno di legge.  Potete inviarne solo una o tutte, come preferite.

Invitiamo  tutti coloro che condividono questa iniziativa a sostegno della tutela dei diritti dei minori e del loro benessere  di inviarle dai loro indirizzi di posta personali agli indirizzi di posta elettronica del consiglio regionale del  Presidente della Giunta regionale Alberto Cirio (alberto.cirio@cr.piemonte.it) e del Presidente del Consiglio regionale Stefano Allasia  (stefano.allasia@cr.piemonte.itnei giorni 20 e 21 gennaio p.v. 

Inoltrate  questa lettera  alle vostre mailing list private, alle  vostre associazioni, agli  ordini di appartenenza, perché le diverse posizioni contrarie a tale disegno di legge possano emergere e arrivare in Regione, come era accaduto nel gennaio 2020.

Il Comitato Zero Allontanamento Zero

Antonio Attinà (Presidente Ordine Assistenti Sociali Piemonte)

Anna Maria Colella (esperta di diritto minorile)

Manuela Olia (Docente di Organizzazione dei servizi sociali presso Uniupo, Consigliera comunale del Comune di Chieri)

Assunta Confente (avvocata)

Laura Onofri (Presidente SeNonOraQuando?)

Elena Petrosino e Francesca Delaude (CGIL, Cisl, Uil Torino)

Carla Quaglino (Casa delle donne di Torino)

Paola Ricchiardi (docente di Pedagogia Sperimentale, Università di Torino)

Daniela Simone (Assistente sociale, Consigliera Ordine Assistenti Sociali Piemonte-2014-2022)

Frida Tonizzo (Presidente Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie)

Rita Turino (Garante dell’infanzia e dell’adolescenza-Regione Piemonte dal 2016 al 2019)

 

Lunedì 17 gennaio 2022

 

 

 

 

Mai come in questi ultimi mesi sono di moda i filosofi. Compaiono ovunque, sui giornali, nei dibattiti e persino nelle serie televisive di successo. Animano discussioni, muovono critiche, dissertano su tutto … Forse è giusto così, se è vero che la filosofia è l’amore per la conoscenza, per ogni sapere. Tuttavia è lecito alla filosofia dissertare su argomenti diversi da quelli del proprio campo consueto, con metodo non tradizionalmente argomentativo ma neppure scientifico?  I filosofi della scienza, poi, avrebbero molto da dire circa le differenze tra metodo scientifico e argomentazioni filosofiche …

In alcuni casi, però, si ha l’impressione che si stia tentando di rendere anche la filosofia argomento accessibile per le quattro chiacchiere quotidiane, di proporla come disciplina autonoma polivalente, più che come ambito di riflessione, ricerca di metodo e proposta di quesiti di approfondimento. Tutto è stato scatenato a partire dalla variante o, omicron con il nome dell’alfabeto greco, rispolverato per l’occasione perché chiamarlo con il nome della regione di provenienza, come si è fatto fino alla variante inglese, non seguirebbe la regola del politically correct.

Che cos’è omicron? Una variante del virus che ci assedia, ancor più pericolosa? Più contagiosa? Nata come effetto dovuto alla diffusione tra persone che avevano già problemi di immunodeficienza? Non si sa, la scienza chiede tempo per rispondere. L’analisi dei fatti e il confronto dei dati devono procedere nel tempo.

Intanto dalla memoria dei miei coetanei riemerge un film di Gregoretti, degli anni ’60, intitolato per l’appunto Omicron. Era ambientato a Torino, protagonista l’alieno Omicron che si impadroniva del corpo di un operaio, trovato apparentemente morto, per inserirsi nel mondo umano del lavoro e, tramite il conformismo e il boicottaggio degli scioperi, guidare la conquista del pianeta Terra da parte degli alieni. Una efficace parodia della fantascienza e dei mondi distopici di allora, popolati da invasioni aliene; nello stesso tempo una metafora della società del boom economico, tra lotte operaie e sviluppi incontrollati del capitalismo industriale, nella città simbolo della grande industria.

Noi oggi, invece, da quasi due anni viviamo con quella che percepiamo come una invasione contro le nostre abitudini, operata da un virus sconosciuto, di provenienza dubbia, per qualcuno addirittura alleato dei poteri forti, schierati contro il nostro mondo e le nostre piccole, presunte, libertà per renderci docili e succubi. Eppure i virus sono gli abitanti più longevi della terra, quelli più diffusi da millenni, che, tramite salti di specie, da sempre si moltiplicano o mutano, portando mutamenti di vita intorno a loro e, a loro modo, forse anche contribuendo ai cambiamenti delle società. E se gli alieni fossimo noi, che non riusciamo ad accettare la realtà di essere ospiti nel nostro mondo come tante altre realtà biologiche? E se omicron fossimo proprio noi, abitatori estranei e tutto sommato poco empatici rispetto all’ambiente che ci circonda? L’alfa e l’omega del mondo sono stati e saranno sempre popolati da virus e nuovi virus, specie se la realtà del cambiamento climatico proseguirà indisturbata.

Non c’è bisogno, però, di scomodare le lettere dell’alfa e dell’omega di tradizione religioso- apocalittica per capire che davvero tutto sta in quel segmento che le unisce e le separa, l’inizio e la fine della vita, nostra e del mondo … Tutto dipende dal modo in cui riempiamo di vita o togliamo vita all’ambiente che ci ospita, dal modo in cui diamo senso al nostro essere immersi in quel segmento dell’esistere, da quanto ci impegniamo insieme agli altri per un progetto comune. Ecco, ci sono cascato anch’io in riflessioni filosofeggianti (si fa per dire…). Che anche questa sia un’epidemia? (pandemia non direi ancora). E se quell’ o fosse solo una particella tra le infinite possibilità per farci pensare?

Non sarebbe una brutta malattia, a patto di saper adoperare i giusti metodi per i giusti contenuti, di rispettare le differenti competenze di analisi. Non una cosa da poco, di cui avremmo tanto bisogno. In fondo, nel film di Gregoretti anche Omicron, l’alieno “ospite” di un uomo, l’operaio Trabucco, prendeva coscienza della sua situazione innamorandosi di un’umana …

Sarebbe bello, anche per noi, acquistare, se non proprio amore, almeno un po’ più di rispetto del sapere, per riuscire nella nostra missione di uomini, sempre alla ricerca di risposte ma anche di domande. Domande da proporre e discutere con più umiltà, visto che di questo mondo non siamo i proprietari e nemmeno i principali coinquilini.

https://youtu.be/Aox6ogQ3ZDs

 

Dvorak pensava all’America, ma per noi il nuovo mondo deve ancora venire”: parole ascoltate direttamente dalla voce di Primo Levi, uscita dallo scrigno delle teche Rai, che hanno commentato l’esecuzione della Sinfonia dal Nuovo mondo. Il concerto, tenutosi alla vigilia dell’inaugurazione del Salone del libro di Torino 2021, è stato pensato come sottolineatura del titolo di esso, Vita Supernova; un titolo come augurio di rinnovamento, auspicato come rinascita, come nuovo mondo possibile, proposto attraverso l’arte e la cultura. Proposto, tuttavia, non solo ai visitatori, in attesa da due anni, ma a tutti, alla ricerca come siamo della tranquillità del prima, consapevoli – seppur confusamente – che il dopo non dovrebbe essere uguale, se davvero vogliamo realizzare una vita supernova.

Lo scrittore Javier Cercas, presente all’evento, ha ricordato come dopo l’epidemia di “spagnola”, dei primi del ’900, vi sia stata una fioritura di opere letterarie, alcune rimaste come capolavori indiscussi, quelli che tutti hanno letto e leggono.

Le proposte del Salone quest’anno sono state, come e più del solito, molto variegate. Vista l’accoglienza del pubblico, è emersa la prova che anche in un’era social come la nostra (in cui, in fondo, tutte le opere e gli autori sono raggiungibili con un clic) la comunicazione in presenza, la fisicità dei libri e il suono delle voci   sanno coagulare emozioni e suscitare sentimenti. Con l’aggiunta del piacere quasi fisico di fare qualcosa come prima.

Nel mio piccolo, anch’io sono stato coinvolto da questa Vita Supernova: cinque giorni di incontri, di contatti, anche di sorrisi, pur dietro le immancabili mascherine. Ho rivisto “la mia casa editrice”, nelle persone che l’hanno fondata o che ora la mandano avanti con tenacia nonostante le difficoltà del periodo e del mercato; così come gli amici e i conoscenti che sono venuti alla presentazione di Un anno strano, portando il loro sostegno.

Ho avuto anche la soddisfazione di ascoltare gli apprezzamenti di una scrittrice quale Margherita Oggero e le riflessioni sempre ricche (e messe alla prova nella realtà) di Franco Prina. Un ottimo bilancio, dunque, che spinge inevitabilmente a nuovo impegno. Quell’impegno di scrittura che è anche testimonianza, resa, come ho detto rispondendo a una domanda, anche mettendo a frutto immaginazione e fantasia. La cultura parla e trasforma, a patto di condividerla il più possibile, di farla “girare”, tra emozioni comunicate e altre condivise.

Le immagini del brevissimo video (v. link) tentano di testimoniare quell’atmosfera e, anche da parte mia, quelle speranze di continuità d’impegno verso un mondo nuovo. Anche, semplicemente, scrivendo romanzi.

Il ritorno in città non è mai cosa semplice. Si patisce il cambio di clima, l’abbandono del contatto con la natura, l’improvvisa assenza di quegli spazi ambientali e psicologici che hanno consentito di pensare (o di tentare di farlo), una volta tanto, senza la pressione del tempo che passa o degli impegni da affrontare.

Quest’anno in particolare, anche se abbiamo cercato di tenerli a bada prima, tanti argomenti abitano la nostra mente al ritorno a casa. Tante le immagini che si affollano, quasi sovrapponendosi, della nostra estate e dell’estate dei fatti del mondo. Certamente qualcuna di esse ci pesa particolarmente sul cuore e interpella le nostre intenzioni di impegno di oggi e di domani.

Quel bambino passato di mano in mano e proteso con sforzo verso un soldato armato di tutto punto, sopra un muro e sopra un filo spinato, non può restare, dentro di noi, un’immagine puramente iconica del dramma vissuto dall’Afghanistan, precipitato ad agosto. Troppe mani di madri e padri, nella storia, hanno proteso figli verso l’altrove, ignoto e inquietante, pur di sottrarli alla tragedia sicura del presente.

Ma verso quale altrove? Con quali offerte di futuro e possibilità di dignità? Quante volte ci siamo limitati, come fanno spesso anche i governi come strategia politica, a spostare il problema un po’ più in là, tanto per non perderlo di vista, ma nello stesso tempo non averlo proprio davanti agli occhi?

In mezzo agli sviluppi di una pandemia che si fatica ad affrontare (al di là dei casi di rifiuto) con la sinergia globale che sarebbe richiesta per un virus che non fa distinzioni di continenti, ancora per molti aspetti imprevedibile nei suoi sviluppi futuri, il mondo si rende più fragile con le sue guerre, i suoi innumerevoli conflitti, le sue sempre inarrestabili conquiste di potere.

Anche nel nostro quotidiano non siamo da meno. Purtroppo il conflitto sociale ad agosto si è ulteriormente appesantito, si sono costruiti tanti rivoli di contrapposizioni e le sigle che cercano di identificarlo e classificarlo si stanno moltiplicando ulteriormente. Forse abbiamo una sorta di bisogno di contrapporci, con articoli, dibattiti e interventi: per non cedere all’ansia, spostando la contrarietà sulla contesa e non sulla situazione che stiamo vivendo.

Credo, peraltro, che non dovremmo perdere di vista orizzonti più ampi. I Paesi che non possono permettersi cure sanitarie o strumenti di profilassi saranno solamente affidati agli organismi internazionali e alle associazioni che stanno raccogliendo medicamenti e fondi per far affrontare ai più deboli la pandemia?  Lo scorrere dei giorni di questa strana normalità “sotto condizione” potrà ancora a lungo rimuovere questo scenario globale di inferiorità e anche di sfruttamenti economici?

Grandi problemi, certo non risolvibili dai singoli … Ma se imparassimo a chiedere ai media più informazione qualificata proprio in questi settori? Alcune firme autorevoli (penso, in particolare, a Domenico Quirico, su “La Stampa”) hanno descritto la situazione in questo periodo, a volte anche spiazzandoci per la crudezza dell’analisi. Dovremmo cercare di non farle tacere dentro di noi e di promuovere approfondimenti senza farci distrarre troppo dal nostro quotidiano, senza metterli “in seconda serata” anche nella nostra mente, come nei palinsesti televisivi. Forse è ancora troppo poco, ma dovrebbe almeno servire a zittire un po’ i soliti mantra delle contese quotidiane.

Che poi fanno venire in mente Leopardi e La ginestra, studiata negli ultimi anni di scuola: “… in sul più vivo incalzar degli assalti, gli inimici obliando, acerbe gare imprender con gli amici e sparger fuga con brando infra i propri guerrieri” …

Ecco, tornando a casa bisognerebbe proprio tornare tutti a ricominciare a studiare e a prendere posizione. Sarebbe ora, è già tardi.

 

La voglia di vacanza è sempre più forte. Ed è ben comprensibile, dopo l’ansia di tanti mesi con notizie assai poco rassicuranti (e relative rimozioni), stili faticosi di rapporti di lavoro e di relazione, ansie e stress da notizie sanitarie e organizzazione della quotidianità.  Spesso la voglia di fare festa va, però, sopra le righe. Anche lasciando da parte (una volta si sarebbe detto per carità di patria) il rave party, in Toscana, di circa 6.000 persone che le forze dell’ordine non sono riuscite a disperdere nemmeno nel giro di molte ore, si moltiplicano episodi di ricerca di feste rumorose, con assembramenti per brindisi, grigliate, abbuffate varie, in città come nei luoghi di villeggiatura. Complici, sicuramente, i successi azzurri agli Europei di calcio, che ci mostrano tifosi di tutte le età, gaudenti dopo le partite, assembrarsi tra di loro e intorno/addosso ai malcapitati cronisti (specie se donne) sulle piazze italiane collegate in diretta.

Normale, vien da dire: voglia di gioia, anche un po’ isterica, dopo tanta ansia e tanto dolore. Ma… dopo?

Le notizie delle varianti, ora denominate con le lettere dell’alfabeto greco per il politically correct, sono incombenti, forse opprimenti nella loro inesorabilità, visto che anche in copertina alcuni giornali fanno notare che i dati dei contagi in Italia per ora non aumentano quasi, ma non diminuiscono più da giorni. Forse proprio per questo “chi vuol essere lieto sia, del diman non v’è certezza” …

Tuttavia, proprio in mezzo a questo clima festaiolo o che vorrebbe comunque mostrarsi tale, i fatti di cronaca ci riportano, anch’essi inesorabilmente, a vicende di disagi esistenziali e psicologici, a uccisioni di donne di ogni età, a omicidi di giovani e tra giovani, a suicidi per bullismo e persecuzioni per l’orientamento sessuale. Tutto mentre la politica coglie al balzo l’occasione per schierarsi, dichiarare, contrapporsi.

Come al solito, e non solo per deformazione professionale, sono soprattutto le vicende dei ragazzi ad attrarre la mia attenzione. Ne accenno qui con tutti i limiti legati ad indagini ancora, necessariamente, incomplete, semplicemente segnalando qualche aspetto che appare, forse suggestivamente, emblematico.

Le vittime: un ragazzo, Orlando, appena maggiorenne, suicida da un cavalcavia sui binari della ferrovia, e Chiara, la ragazza quasi sedicenne uccisa da un coetaneo che si dichiara posseduto dal demonio. Orlando viveva a Torino in un quartiere non lontano dal mio; Chiara in un luogo di campagna e prati, non lontano da Bologna. Ma bisogna considerare pure l’assassino di Chiara: anche lui un minore, da tempo con segni (e forse segnali) di disagio. Storie diverse, certo, ma forse conviene comunque accennarne in parallelo.

Orlando da tempo aveva dichiarato la sua omosessualità, forse anche un orientamento transgender: sui social si definiva “principesso” e con tale nome era conosciuto dai suoi amici. Tutto sommato, sembrava ben inserito a scuola, un istituto professionale, ma non era sereno e pare anche che ultimamente avesse paura di qualcuno. Era stato in passato vittima di bullismo per le sue scelte di abbigliamento e le sue esternazioni di omosessualità, secondo quanto ora dice la madre (che però viveva in Calabria, mentre lui era rimasto a Torino con il padre). La signora allude anche al fatto che Orlando era facilmente plagiabile e cercava consenso.

Anche Chiara parlava di sé sui social, accennava a generici malesseri in qualche relazione scolastica del passato e alludeva anche a qualche disagio presente, ma sembrava ben determinata a guardare al futuro e ad andare avanti. Il suo assassino (indichiamolo con X: è un indagato minorenne) aveva già fatto lavoretti vari nella zona, anche per il padre di Chiara; era piuttosto silenzioso, anche se a tratti aveva manifestato scatti di rabbia, e, come altri ragazzi (compresa la sua vittima), trascorreva i pomeriggi nel centro d’incontro di un paese vicino, fatto nascere perché i giovani avessero un punto di aggregazione da una mamma il cui figlio, vittima di bullismo, aveva perso la vita ancora adolescente. Ivi, riportano sempre le cronache, X trascorreva molto tempo a giocare a biliardino, da solo, rimuginando chissà cosa dentro di sé. Era conosciuto dai Servizi, il suo disagio era già emerso perché aveva avuto degli incontri con lo psicologo che poi aveva ritenuto opportuno far iniziare per lui un percorso terapeutico con un neuropsichiatra; percorso che, peraltro, non era ancora iniziato.

Non è certo questa la sede per un’analisi di storie esistenziali e psicologiche complesse e di cui, come già accennato, almeno noi sappiamo ancora troppo poco. Ma quel malessere che, in forme e con atteggiamenti molto diversi, ha poi condotto questi giovani a divenire protagonisti di tragedie, nei panni delle vittime per Orlando e Chiara e dell’assassino per X, sembra costituire un amarissimo risvolto della medaglia rispetto a quella che, nel contempo, è talvolta divenuta smania di divertimento “risarcitorio” di gruppo di tanti, a partire dagli adulti, in ogni area del paese.

Forse Orlando e Chiara percepivano delle fragilità e in qualche modo si atteggiavano per combatterle, Chiara tirando con l’arco e Orlando vestendosi griffato e cercando consenso per potersi sentire protetto almeno dal look. Forse X cercava identificazioni forti in personaggi delle serie televisive, dove il noir e il rosa convivono in storie di innamoramenti e potere. Intanto migliaia di altri giovani, sulle colline pisane, dopo quasi una settimana, continuano a restare assembrati nel tentativo di riprendere il rave party più volte interrotto. Forse per continuare, insieme nella trasgressione, a sentirsi vivi e ancora, almeno in gruppo, soggetti forti, che dettano le loro condizioni a restrizioni, norme e malattia.

Qualcuno ha parlato di rimozione del dolore, altri di incapacità di sopportare la sofferenza e l’ansia. Non solo i giovani, se dobbiamo far riferimento alle interviste alle signore e ai signori che, seduti al tavolino di un bar o assembrati nelle strade di saldi, dicono di sentirsi scorrere dentro, nuovamente, la vita e di essersi ripresi la libertà negata.

Non voglio aggiungere altre, superflue, riflessioni alle tante già fatte sull’incapacità di gestire l’ottica del noi e di un interesse collettivo; non voglio sottolineare ancora come queste vite “in libertà” siano spesso definite tali nel momento in cui consumano tempo, bibite, cibo, merci. Mi sembra, in fondo, a suo modo coerente l’assembrarsi giovanile come protesta per la mancata riapertura delle discoteche: un perfetto contraltare alla democrazia assicurata, secondo molti, dalla riapertura dei locali e dalla ripresa della vita notturna.

Alla vigilia delle vacanze, credo, però, che dovremmo proprio rifletterci su per capire, come adulti, da che parte vogliamo stare e chi vogliamo essere. Almeno non tacendo.

L’ottica del carpe diem (peraltro mal compreso) inevitabilmente lascia da parte tutti quelli che non trovano motivi e neanche l’attimo fuggente da celebrare; così per quei giovani fragili, legittimamente fragili nella loro adolescenza, che sono il nostro specchio e in noi si rispecchiano, con le loro tenere finzioni e le loro ricerche di affetto. Tanti ragazzi come loro ci circondano, ci sono vicini, con le loro sbruffonerie e i loro mutismi, la loro sofferenza camuffata: l’educazione che offre sistemi per creare sempre nuovi specchi per farli specchiare in noi (e forse piacersi) oggi ha mostrato tutti i suoi limiti. Rischiamo di affidarci e di affidarli solo a specchi deformanti. Che cosa d’altro abbiamo da offrire di noi a loro? Bisognerebbe prima di tutto cercarlo, questo altro …

Forse potremmo, “semplicemente”, avvalerci delle vacanze anche per conoscerci: ancora, più profondamente, in un certo senso nuovamente. Anche se non è facile …