La voglia di vacanza è sempre più forte. Ed è ben comprensibile, dopo l’ansia di tanti mesi con notizie assai poco rassicuranti (e relative rimozioni), stili faticosi di rapporti di lavoro e di relazione, ansie e stress da notizie sanitarie e organizzazione della quotidianità.  Spesso la voglia di fare festa va, però, sopra le righe. Anche lasciando da parte (una volta si sarebbe detto per carità di patria) il rave party, in Toscana, di circa 6.000 persone che le forze dell’ordine non sono riuscite a disperdere nemmeno nel giro di molte ore, si moltiplicano episodi di ricerca di feste rumorose, con assembramenti per brindisi, grigliate, abbuffate varie, in città come nei luoghi di villeggiatura. Complici, sicuramente, i successi azzurri agli Europei di calcio, che ci mostrano tifosi di tutte le età, gaudenti dopo le partite, assembrarsi tra di loro e intorno/addosso ai malcapitati cronisti (specie se donne) sulle piazze italiane collegate in diretta.

Normale, vien da dire: voglia di gioia, anche un po’ isterica, dopo tanta ansia e tanto dolore. Ma… dopo?

Le notizie delle varianti, ora denominate con le lettere dell’alfabeto greco per il politically correct, sono incombenti, forse opprimenti nella loro inesorabilità, visto che anche in copertina alcuni giornali fanno notare che i dati dei contagi in Italia per ora non aumentano quasi, ma non diminuiscono più da giorni. Forse proprio per questo “chi vuol essere lieto sia, del diman non v’è certezza” …

Tuttavia, proprio in mezzo a questo clima festaiolo o che vorrebbe comunque mostrarsi tale, i fatti di cronaca ci riportano, anch’essi inesorabilmente, a vicende di disagi esistenziali e psicologici, a uccisioni di donne di ogni età, a omicidi di giovani e tra giovani, a suicidi per bullismo e persecuzioni per l’orientamento sessuale. Tutto mentre la politica coglie al balzo l’occasione per schierarsi, dichiarare, contrapporsi.

Come al solito, e non solo per deformazione professionale, sono soprattutto le vicende dei ragazzi ad attrarre la mia attenzione. Ne accenno qui con tutti i limiti legati ad indagini ancora, necessariamente, incomplete, semplicemente segnalando qualche aspetto che appare, forse suggestivamente, emblematico.

Le vittime: un ragazzo, Orlando, appena maggiorenne, suicida da un cavalcavia sui binari della ferrovia, e Chiara, la ragazza quasi sedicenne uccisa da un coetaneo che si dichiara posseduto dal demonio. Orlando viveva a Torino in un quartiere non lontano dal mio; Chiara in un luogo di campagna e prati, non lontano da Bologna. Ma bisogna considerare pure l’assassino di Chiara: anche lui un minore, da tempo con segni (e forse segnali) di disagio. Storie diverse, certo, ma forse conviene comunque accennarne in parallelo.

Orlando da tempo aveva dichiarato la sua omosessualità, forse anche un orientamento transgender: sui social si definiva “principesso” e con tale nome era conosciuto dai suoi amici. Tutto sommato, sembrava ben inserito a scuola, un istituto professionale, ma non era sereno e pare anche che ultimamente avesse paura di qualcuno. Era stato in passato vittima di bullismo per le sue scelte di abbigliamento e le sue esternazioni di omosessualità, secondo quanto ora dice la madre (che però viveva in Calabria, mentre lui era rimasto a Torino con il padre). La signora allude anche al fatto che Orlando era facilmente plagiabile e cercava consenso.

Anche Chiara parlava di sé sui social, accennava a generici malesseri in qualche relazione scolastica del passato e alludeva anche a qualche disagio presente, ma sembrava ben determinata a guardare al futuro e ad andare avanti. Il suo assassino (indichiamolo con X: è un indagato minorenne) aveva già fatto lavoretti vari nella zona, anche per il padre di Chiara; era piuttosto silenzioso, anche se a tratti aveva manifestato scatti di rabbia, e, come altri ragazzi (compresa la sua vittima), trascorreva i pomeriggi nel centro d’incontro di un paese vicino, fatto nascere perché i giovani avessero un punto di aggregazione da una mamma il cui figlio, vittima di bullismo, aveva perso la vita ancora adolescente. Ivi, riportano sempre le cronache, X trascorreva molto tempo a giocare a biliardino, da solo, rimuginando chissà cosa dentro di sé. Era conosciuto dai Servizi, il suo disagio era già emerso perché aveva avuto degli incontri con lo psicologo che poi aveva ritenuto opportuno far iniziare per lui un percorso terapeutico con un neuropsichiatra; percorso che, peraltro, non era ancora iniziato.

Non è certo questa la sede per un’analisi di storie esistenziali e psicologiche complesse e di cui, come già accennato, almeno noi sappiamo ancora troppo poco. Ma quel malessere che, in forme e con atteggiamenti molto diversi, ha poi condotto questi giovani a divenire protagonisti di tragedie, nei panni delle vittime per Orlando e Chiara e dell’assassino per X, sembra costituire un amarissimo risvolto della medaglia rispetto a quella che, nel contempo, è talvolta divenuta smania di divertimento “risarcitorio” di gruppo di tanti, a partire dagli adulti, in ogni area del paese.

Forse Orlando e Chiara percepivano delle fragilità e in qualche modo si atteggiavano per combatterle, Chiara tirando con l’arco e Orlando vestendosi griffato e cercando consenso per potersi sentire protetto almeno dal look. Forse X cercava identificazioni forti in personaggi delle serie televisive, dove il noir e il rosa convivono in storie di innamoramenti e potere. Intanto migliaia di altri giovani, sulle colline pisane, dopo quasi una settimana, continuano a restare assembrati nel tentativo di riprendere il rave party più volte interrotto. Forse per continuare, insieme nella trasgressione, a sentirsi vivi e ancora, almeno in gruppo, soggetti forti, che dettano le loro condizioni a restrizioni, norme e malattia.

Qualcuno ha parlato di rimozione del dolore, altri di incapacità di sopportare la sofferenza e l’ansia. Non solo i giovani, se dobbiamo far riferimento alle interviste alle signore e ai signori che, seduti al tavolino di un bar o assembrati nelle strade di saldi, dicono di sentirsi scorrere dentro, nuovamente, la vita e di essersi ripresi la libertà negata.

Non voglio aggiungere altre, superflue, riflessioni alle tante già fatte sull’incapacità di gestire l’ottica del noi e di un interesse collettivo; non voglio sottolineare ancora come queste vite “in libertà” siano spesso definite tali nel momento in cui consumano tempo, bibite, cibo, merci. Mi sembra, in fondo, a suo modo coerente l’assembrarsi giovanile come protesta per la mancata riapertura delle discoteche: un perfetto contraltare alla democrazia assicurata, secondo molti, dalla riapertura dei locali e dalla ripresa della vita notturna.

Alla vigilia delle vacanze, credo, però, che dovremmo proprio rifletterci su per capire, come adulti, da che parte vogliamo stare e chi vogliamo essere. Almeno non tacendo.

L’ottica del carpe diem (peraltro mal compreso) inevitabilmente lascia da parte tutti quelli che non trovano motivi e neanche l’attimo fuggente da celebrare; così per quei giovani fragili, legittimamente fragili nella loro adolescenza, che sono il nostro specchio e in noi si rispecchiano, con le loro tenere finzioni e le loro ricerche di affetto. Tanti ragazzi come loro ci circondano, ci sono vicini, con le loro sbruffonerie e i loro mutismi, la loro sofferenza camuffata: l’educazione che offre sistemi per creare sempre nuovi specchi per farli specchiare in noi (e forse piacersi) oggi ha mostrato tutti i suoi limiti. Rischiamo di affidarci e di affidarli solo a specchi deformanti. Che cosa d’altro abbiamo da offrire di noi a loro? Bisognerebbe prima di tutto cercarlo, questo altro …

Forse potremmo, “semplicemente”, avvalerci delle vacanze anche per conoscerci: ancora, più profondamente, in un certo senso nuovamente. Anche se non è facile …