Videoclip:

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Quest’anno si è parlato molto sulle spiagge e di spiagge, si sono visti anche clamorosi esiti politici scaturiti dai proclami agostani fatti sotto il solleone.

Più sommessamente, anch’ io ho avuto di che chiacchierare sulla mia spiaggia, la Stella del Sud di Celle ligure, nome che metaforicamente vuole riassumere il fascino della costellazione più piccola e più luminosa.

Chiacchiere da vacanza, perché no, racconti dei giorni cittadini, commento degli avvenimenti, che appunto quest’anno hanno offerto anche sulle spiagge occasione almeno di brandelli di discorsi “impegnati”.

Ma quest’estate i bagnanti della Stella del Sud hanno potuto anche coinvolgersi nelle vicende dei nostri eroi, Vito, Moreno, Malavoglia e tutti i loro compagni di avventura, donne in primis.

Un aperitivo con presentazione, ai tavoli del bar della spiaggia, in mezzo ai “colleghi bagnanti”, quelli, per intenderci, che, incontrandosi sull’arenile, hanno come passaparola comune la domanda “è bella?”, intendendo ovviamente l’acqua in cui stanno per tuffarsi, chiedendo quasi agli altri un viatico, una garanzia per un bagno piacevole.

Una chiacchierata informale, ma davvero non superficiale, grazie agli stimoli del “bagnante” Pier Domenico Baccalario, noto autore di libri per “minori” prestato, questa volta, alla presentazione di un romanzo per tutti.

Ḗ stato bello vedere persone conosciute sotto altri aspetti dedicare attenzione alle trasgressioni di Moreno, alle ansie di Vito, alle tormentate decisioni di Malavoglia.  Un po’ come se la vita quotidiana di tutti noi, filtrata attraverso i sentimenti e le emozioni dei miei personaggi, emergesse trasformata in quei discorsi, sotto il sole dorato del tramonto, mentre alcuni, intorno, si affrettavano per l’ultimo bagno o facevano la coda per la doccia, incuriositi dal gruppetto di persone che parlavano sedute attorno a un libro.

Anche i bambini, attirati dall’ attenzione dei loro genitori e dalla capacità di sintesi e stimolo di Pier, solitamente storyteller per ragazzi, facevano corona intorno al tavolo e i loro occhi rivelavano la profondità della curiosità più autentica, che sa subito focalizzare le domande: “Quel ragazzo la troverà, poi, la sua mamma?”

 

Quest’anno si è parlato anche, tanto, di luna, visto il cinquantenario del viaggio e dell’allunaggio. E la luna non ha mancato di farsi vedere in molti chiari classici, da cartolina.

Appunto in un ambiente da chiaro di luna, molto speciale, sono proseguite le avventure rivierasche dei miei personaggi, con la loro (e forse mia) vita al seguito. Un notturno inglese, in un parco all’inglese, in una ex chiesa anglicana: tutto questo nell’elegante cornice di Bordighera, la città della Liguria un tempo più cara agli inglesi, ma in cui anche l’arte di Monet ha trovato ispirazione.

Il centro culturale del Comune ospitato nella ex chiesa ha aperto le sue porte al mio libro. Apertura anche nel senso letterale del termine, perché il pesante portone in legno è stato aperto, quella sera, proprio per accogliere il libro, me e il pubblico della presentazione. Così, dal tavolino del bar dei bagni della Stella del Sud, Messa alla prova, in una sera stellata, ha trovato autorevole collocazione sull’ex fonte battesimale, mentre l’autore e le sue presentatrici (Simonetta Rossotti e Simona Martinotti) hanno avuto la possibilità di dialogare nella postazione ex cathedra.

Anche qui un pubblico attentissimo, a volte con domande davvero interessanti ed impegnative, che coinvolgevano il punto di vista dell’autore sulla giustizia e sul modo di amministrarla.

Due presentazioni agli antipodi, per location e atmosfera, ma stranamente simili nelle dinamiche della relazione con il pubblico; che, nonostante il periodo estivo, il caldo e le distrazioni concomitanti, mi è sembrato davvero coinvolto, soprattutto sul tema di una giustizia più comprensibile ma soprattutto più condivisa e condivisibile. Uno dei temi più rilevanti nel dibattito democratico. Temi che, approcciati attraverso vicende “romanzesche” ma con la narrazione di una realtà possibile e vicina, acquistano motivo di rinnovato interesse e suscitano anche qualche desiderio di maggiore partecipazione come cittadini.

Pensavo proprio questo tornando al mio buen ritiro a Celle per gli ultimi scampoli di sole prima del rientro in città. Nelle domande che mi sono state rivolte in giro per l’Italia, spesso come denominatore comune c’è stato proprio questo desiderio di comprendere meglio, di essere messi in condizione di farlo, forse per prendere posizione, forse per cambiare idea o forse per consolidarla. Comunque, una domanda “matura” di cittadinanza, aperta al futuro, nonostante tutto.

Proprio come la domanda rivoltami da una ragazzina sulla spiaggia della Stella del Sud: “Ma quel ragazzo ha avuto poi una vita sua, è stato bello il suo futuro?”.

Forse non a caso quella ragazzina si chiamava Stella: un’altra da aggiungere alla mia piccola raccolta estiva di stelle di mare.

 

          Rivista trimestrale Nuovi incontri – Torino       Recensioni

a cura di Ornella Pozzi

MESSA ALLA PROVA

di Ennio Tomaselli,

il romanzo di un magistrato

 

Il romanzo di Ennio Tomaselli colpisce innanzitutto per la profonda autenticità: personaggi temi e situazioni comunicano una verità e una vitalità che non possono lasciarci indifferenti,ma che anzi ci coinvolgono e ci inducono a rispecchiarci nella narrazione per riflettere sulle nostre problematiche di uomini e donne, di genitori, di cittadini.

“Messa alla prova” è un affresco della società contemporanea che tratta il tema del disagio minorile, dei ragazzi in affidamento o adottati, a volte con successo, a volte da genitori  che non sono in grado di coglierne le esigenze più autentiche e che proiettano su di loro i propri desideri insoddisfatti.

Ci sono minori strappati da una Giustizia miope e formale alle famiglie d’origine ritenute inadatte a crescerli, e minori abbandonati dai padri naturali e che perciò soffrono l’indelebile trauma della perdita (“un buco nero, un vuoto incolmabile…sospeso fra certo e incerto, vita e morte, senso e assurdo”).

La solitudine di questi adolescenti e il loro senso d’inadeguatezza si traducono spesso in rivolta, il loro comportamento irregolare li spinge ai margini della società e, in alcuni casi,addirittura al suicidio.

Per il giovane Vito, il protagonista della storia, la “messa alla prova” disposta dai giudici del tribunale minorile diventa un percorso di formazione che nasce dall’ appassionata ricerca dei propri genitori d’origine per diventare ricerca di se stesso e del senso della vita, risposta ai propri interrogativi esistenziali.

Il ragazzo approda alla maturità quando, dopo una serie di peripezie, ritrova i propri genitori e, scoprendoli fragili e malati, si accorge che da quel momento egli è chiamato ad essere padre di se stesso, cioè individuo autonomo in un mondo adulto.

Il romanzo di Tomaselli è quindi anche romanzo sulla vita.  L’autore ce lo ricorda spesso, sia attraverso la narrazione in terza persona sia attraverso pensieri e frasi dei suoi personaggi:“La geometria della vita è fatta a modo suo e certamente non è quella di Euclide” o “È la vita che funziona così, al di là di quello che noi chiamiamo bene o male, giusto o ingiusto”.

“Messa alla prova” ha il respiro del romanzo classico di tradizione realistica (non a caso i frequenti riferimenti a “I promessi sposi” e a “I malavoglia”) e affronta temi universali. La “ricerca del padre” è già di per sé tema mitico, che affonda le radici nell’antichità: è presente nell’“Odissea”, per ricomparire in chiave moderna nell’“Ulisse” di Joyce e ne “Il primo uomo” di Camus, tanto per citare alcuni esempi.

Il carattere universale del romanzo come riflessione sulla vita appare evidente non solo nel personaggio di Vito ma anche nei due adulti Moreno e Malavoglia, le cui solitudini si intrecciano con quelle del rotagonista, tanto che i due stringono con il ragazzo una sorta di solidale patto di alleanza, lo accompagnano e lo guidano nelle sue ricerche, vivendo anch’essi in modo sofferto il problema del complesso rapporto tra giustizia e ingiustizia, bene e male, vero e falso. Cancelliere l’uno, magistrato minorile l’altro, pur con personalità completamente diverse, sono entrambi personaggi in qualche modo borderline: non essendo completamente integrati nel sistema,essi sono in grado di proporre un punto di vista alternativosulla realtà, una visione di ciò che è giusto e sbagliato molto più ampia e variegata di quanto non facciano alcuni rigidi detentori della legge fine a se stessa che a volte perdono di vista il senso delle cose. Sia Moreno sia Malavoglia vivono nel mondo della Giustizia come istituzione ma si muovono verso un ideale di giustizia umana e civile superiore al di là delle leggi; al contrario, altri rappresentanti del Diritto spesso non sono in grado di cogliere la peculiarità delle situazioni, il carattere mobile e fluido della realtà e decidono in base a schemi e regole precostituite.

Malavoglia ha ben chiari i principi etici che devono animare le decisioni di un giudice: deve avere, oltre al sapere giuridico,“l’anima e il senso della realtà e del limite”, deve “essere umile”. Malavoglia giunge persino a scrivere, con un pennarello rosso, su una parete di un’aula d’udienza del tribunale, la massima latina “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”. Pur  definendo se stesso “letterato mancato e magistrato fallito”, sente l’esigenza di condividere la propria esperienza in un libro, “Procuratore che farne”, che “è come un diario che però contiene anche qualche messaggio”, “un originale impasto di lessico giuridico e post ideologico…, una contaminazione di problematiche giuridiche e della quotidianità”. Malavoglia è il letterato e il filosofo del romanzo e, data l’età (ha varcatola soglia dei 66 anni), funge anche da “memoria storica” e“guardiano del faro”, come lui stesso si definisce.

Moreno, di tre anni più giovane di Malavoglia, è caratterizzato da comportamenti trasgressivi e a volte adolescenziali.  Ex sessantottino casinista ed eccessivo, burlone con aria da macho, anticonformista anche nell’ atteggiamento esteriore, con barba incolta, zainetto, capelli lunghi e codino (almeno da un certo punto del romanzo in poi) è “uomo libero per natura”. La molla dell’agire di Moreno, “magistrato mancato”secondo la definizione di Malavoglia, è il ricordo cocente di un’esperienza di ingiustizia subita quando, non ancora trentenne,fu espulso dal concorso per la magistratura. Ribaltando le carte la Giustizia aveva quel giorno ritenuto il vero colpevole“immune da colpe… vittima da tutelare”, punendo lui, il cittadino onesto.

Se l’esperienza di emarginazione lo avvicina a Vito, l’aspirazione alla paternità lo accomuna a Malavoglia: Moreno cerca un figlio da amare, Malavoglia è stato segnato da una tragedia in cui ha perso la moglie e il figlio che lei portava in grembo.

Non solo Vito, Moreno e Malavoglia, ma quasi tutti i personaggi del romanzo, dai maggiori ai minori, rivendicano una personale forma di giustizia e intraprendono un percorso che li conduce a un superiore livello di maturità.

Questo accade anche ai numerosi personaggi femminili, appartenenti a culture e contesti sociali diversi, ma accomunati da un’esperienza di sofferenza e di dolore. Anche attraverso di loro capiamo che il titolo “Messa alla prova” non è soltanto riferito a un provvedimento giuridico ma è anche una metafora della vita che continuamente ci sottopone a prove da superare.

Il romanzo si sviluppa nell’arco di sedici mesi tra Torino e Novara, estendendosi per qualche episodio a Parigi e in Lombardia. Il paesaggio è prevalentemente urbano e le sobrie pennellate paesaggistiche e meteorologiche sottolineano il trascorrere del tempo con momenti di intenso lirismo, come quando i personaggi sono colti a guardare dalla finestra o dai finestrini di un tram o le loro solitudini si accompagnano a  quelle del vento che rimane “solo anche lui lungo la strada”.

In questi spazi, che assumono a loro volta il ruolo di protagonisti, l’autore ci presenta un microcosmo dove i personaggi si intrecciano, si incontrano e si scontrano quasi come in un romanzo picaresco, sfaccettato e poliedrico. Incontriamo il mondo dei magistrati e dei giudici, degli immigrati marocchini e rom, degli emarginati e sbandati nella degradata periferia torinese, di coloro che da decenni sono emigrati dal Sud al Nord Italia alla ricerca di un’occupazione, di italiani che ancora si stabiliscono all’estero per sopravvivere. I personaggi non sono tanto descritti dall’esterno quanto mostrati dal di dentro, “rivelati” dai loro monologhi e dialoghi. La pietas dell’autore pervade il romanzo e conferisce a questo mondo di emarginati una dignità quale raramente possono trovare nella letteratura italiana contemporanea.

Dalla trama principale si sviluppano, in un sottile gioco di echi e di rimandi, trame secondarie che richiamano, in modo sempre diverso, i temi principali del romanzo: la solitudine e il vuoto, l’abbandono, l’emarginazione, la ricerca che dà un senso alla vita (Malavoglia: “Se si smette la ricerca finisce,spesso, anche la vita”).

Così dal nucleo centrale del romanzo, che ruota attorno ai personaggi di Vito, Moreno e Malavoglia, si dipanano le storie di Frank tre carte, Rosy e Samantha, di Francesca e Gianni Archibugi, di Ana e Andrej, di Senada e Jovan, di Mounira e Hamza, e altre ancora.

“Messa alla prova” è un romanzo polifonico; leggendolo si ha l’impressione di assistere quasi a un concerto in cui si intrecciano una varietà di voci e motivi: al linguaggio giuridico di udienze e verbali si alterna il registro meditativo, poetico, a volte elegiaco, di Malavoglia, spesso ricco di metafore, come nel capitolo “Navigazioni notturne”, dove Malavoglia riflette sul suo lavoro di “scafista buono” che salva dal “naufragio”traversando “acque inesplorate”, “seguendo carte vecchie e approssimative” ”alla direzione indicata dalle stelle” ”nel Mediterraneo illuminato solo dalla luna”. A questo linguaggio “alto” si contrappone il gergo crudo, colorito e irriverente dei giovani che vivono a contatto con la droga e la criminalità e che hanno vissuto l’esperienza della comunità e del carcere.

Un esempio è Mounira quando apostrofa Vito al primo appuntamento con lei: “Minchiaa….Col tram! E magari hai pure pagato il biglietto! Non hai pensato, cocco bello, di prendere un taxi e poi di buttarti giù al volo mandando il taxista a farsi fottere?”. O ancora il linguaggio ricco di pathos, semplice e quotidiano, di una donna del popolo come Francesca, la madre di Vito: “Questa ingiustizia è così, ti schianta dentro…e così uno rimane come prigioniero. Del senso di colpa, perché ti senti una merda, e del tempo, che passa inesorabile contro di te”.

Non mancano episodi umoristici che alleviano la tensione drammatica di alcune vicende: lo humour nasce dalle situazioni, per esempio quando Moreno si impossessa clandestinamente dei documenti di Clementini (il presidente del tribunale di Giustizia minorile di Novara) o si vendica contro di lui,oppure ancora quando gioca un brutto tiro a Malavoglia sul piano amoroso; o infine quando l’autore strizza l’occhio al lettore nell’episodio in cui Malavoglia presenta il suo libro al pubblico. Lo humour è anche nel linguaggio, come nell’episodio in cui Malavoglia si rivolge scherzosamente a Dio, apostrofandolo come se fosse un vicino di casa: “Non so nemmeno come chiamarti, visto che sei, oltre che extracomunitario,uno e trino, quindi sfuggente e magari capriccioso e testardo come un adolescente”.

Le numerose similitudini sintetizzano lo stato d’animo dei personaggi (“Le parole gli uscivano dalla bocca gelide come panni rimasti appesi fuori, sui fili della biancheria, in una notte d’inverno”), oppure creano un effetto di straniamento,allentando l’impatto emotivo del lettore: “Come se al circo un pagliaccio avesse tirato di botto una finta torta in faccia allo spettatore”; “Non restava che piangere mentre scendeva la neve, come nelle canzonette”; “Era come se la pallina stesse schizzando a suo piacimento sulla roulette della vita”. Spesso le similitudini sono tratte dal mondo sportivo, soprattutto del calcio, o da quello del cinema, e paragonano le vicende dei protagonisti a gare sportive o a scene di film.

Penso che un romanzo non proponga un messaggio univoco ma che i messaggi in esso contenuti possano essere tanti quanti sono i lettori. La dedica di “Messa alla prova” (“Alle ragazze e ai ragazzi che ho incontrato nel mio lavoro”) ci offre una chiave di lettura, parlandoci dell’affetto e del coinvolgimento personale dell’autore, che è magistrato, ma anche uomo sensibile e partecipe, che ha svolto la sua professione con impegno e passione.

La lettura di questo romanzo, oltre al piacere che sempre comporta leggere un libro che coinvolge, ha significato acquisire consapevolezza di problemi e situazioni spesso conosciuti poco e solo marginalmente.

In una società come la nostra, che tende a considerare i più deboli come un’anomalia da ignorare, se non addirittura da disprezzare, “Messa alla prova” è importante per capire che, come cittadini consapevoli di una società civile, non possiamo non ritenerci almeno in parte responsabili di ciò che accade intorno a noi.

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“Intanto il treno, pur arrancando nella campagna fradicia di pioggia, era ormai in vista di Novara.” (Messa alla prova, Lato arrivi, p.22) 

“…ma solo essere lì gli consentiva di farsi beatamente abbagliare da quella luce intensissima e di ammirare l’ordine di quei campi ben coltivati e i colori dei fiori nei giardini delle case […] non era il Paradiso terrestre, ma raramente aveva provato sensazioni così dolci” (Messa alla prova, Serena, p.182).

 

Novara e Asti: città diverse ma con molti elementi comuni nella loro storia. Città romane, hanno sperimentato le lotte comunali e la difficoltà di destreggiarsi tra i signori del momento, per poi entrare entrambe, per vie differenti, nel dominio dei Visconti e, successivamente, dei Savoia. Nella storia più recente, anche due territori di Repubbliche partigiane a cui tutti dobbiamo molto.

Ma non volevo fare una lezione di storia; che d’altronde era, almeno ex cathedra, materia di mia moglie e non mia.  Anch’io, come i personaggi di Messa alla prova, mi sono avvicinato a quei territori guardandoli da un finestrino. Sotto la minaccia del temporale, tra le risaie già gonfie di pioggia verso Novara; sotto il sole cocente della prima estate nella campagna di Asti. Ho cercato, per qualche ora, di condividerne le atmosfere.

Ho portato, infatti, i personaggi di Messa alla prova in trasferta anche lì e devo dire che si sono trovati benissimo. Del resto, quel viaggio, alcuni di loro, l’avevano già fatto…

A Novara hanno avuto anche l’onore di entrare con me nello storico e illustre cortile del Broletto e al Circolo dei lettori sono stati circondati dall’ interesse amichevole e dalla condivisione partecipe del pubblico. Del resto Novara, con il suo Palagiustizia ai margini della città, ritorna spesso nelle pagine del romanzo: è una Novara vista come punto d’arrivo/partenza di itinerari pendolari, come luogo di incontri, anche come punto fermo di decisioni e di ripartenze di vita nuova.

Asti compare nel romanzo come il territorio quieto delle villette e dei giardini in cui Serena, la sorella di Vito, ha costruito la sua nuova esistenza, operosa e apparentemente appagata.

Io autore, invece, ho salito i gradini dello scalone seicentesco del Municipio e ho ammirato la sala Platone, affrescata, dove un tempo fu amministrata la giustizia ma anche dove le lotte contadine diedero vita a fine ‘700 alla breve e gloriosa “Repubblica Astese”. Oggi è intitolata al partigiano che fu il primo sindaco del dopoguerra.

Ancora una volta, in differenti scenari e ambientazioni, ho trovato l’accoglienza e l’interesse di tanti operatori, che già avevano letto il libro o che lo volevano conoscere avendo percepito che vi avrebbero ritrovato anche la loro realtà ed esperienza.

Certamente una fiction, quale è un romanzo, rappresenta e racconta, non fotografa. Forse riesce, però, a comunicare i sentimenti, oltre alle emozioni, di chi nelle storie e nelle vite degli altri deve entrare e operare per dipanare matasse o per spianare qualche piccolo sentiero di speranza.

Ancora una volta, nel mio peregrinare letterario sono stato confortato da una grande empatia per i personaggi o, senz’altro, per il loro autore. Il che mi conforta tantissimo perché in controtendenza rispetto all’ordinaria, crescente, difficoltà di entrare in contatto, di avere condivisioni autentiche e non virtuali, di entrare nelle storie in modo congruo rispetto alle necessità, di affrontare insieme, istituzioni e comunità civile, soprattutto il crescente disagio di giovani e adolescenti.

Un disagio preoccupante, che indubbiamente ci chiama in causa, come adulti prima ancora che come operatori. E allora è proprio vero, reale (ma dentro di me lo sapevo già…), che dobbiamo “andare in prima linea” e metterci alla prova tutti, uscendo da schemi o percorsi consolidati nel tempo e nelle abitudini, per essere in grado prima di vedere e poi di affrontare i nuovi problemi.

Per me scrivere Messa alla prova (e andare a proporlo in tanti luoghi differenti) ha rappresentato certamente un segnale concreto in questa direzione. Spero che il mio sforzo coinvolga e aiuti altri, come mi è stato detto, a “trovare in un racconto il coraggio per nuove storie”. Nuove storie supportate certamente dall’impiego di nuove risorse e intessute di nuove esperienze; ma con la garanzia dei piccoli successi che nascono da tutte le speranze quando sono davvero condivise.

“Messa alla prova”   4 maggio ore 11        CAFFETTERIA DEL TRIBUNALE  c.so Vittorio Emanuele II 130

Ḗ un bel titolo per questa rassegna del Salone off. Non solo perché si adatta bene al mio Messa alla prova, ma perché, conoscendo qualche altro autore e libro, penso che davvero si possa approfondire l’argomento, non sempre considerato adeguatamente, delle persone e delle vicende “impigliate”, appunto, “ai limiti della legalità”.

Persone, come si racconta in questi libri, che vivono esperienze di istituzionalizzazione, prigioniere prima di tutto di se stesse e delle proprie scelte; o i bambini e i ragazzi, già sofferenti e deprivati, che hanno sperimentato dolorosamente sulla propria pelle, sino alla fine degli anni ’70, l’incapacità della scienza e delle istituzioni di prendersi davvero cura di loro.

Perché i limiti della legalità sono le necessarie barriere delle regole del vivere comune, ma ci sono pure i limiti, anche delle istituzioni, nel voler/poter conoscere davvero le persone che hanno variamente “a che fare” con le istituzioni stesse. Credo, insomma, che da questi libri emergano storie della più varia umanità, secondo punti di vista, anche “dall’interno”, che dovrebbero contribuire a scalfire pregiudizi e luoghi comuni.

Considerando le cronache di questi tempi/giorni, con episodi variegati di violenza nella sfera pubblica e privata a tutti livelli, smantellare il pregiudizio sembrerebbe impresa quasi impossibile: tali fatti alimentano, purtroppo, la strategia della tensione sociale, nutrendo schiere di haters virtuali e reali, che incrementano il numero dei followers dei portatori delle risoluzioni “forti”.

Ci sarebbe da scoraggiarsi, ma fortunatamente siamo anche “freschi” delle riflessioni fatte in questo ultimo 25 aprile. Una festa, quest’anno, nel vortice delle polemiche come non mai, ma come non mai portatrice di obiettivi chiari e a portata di mano: spendersi per qualcosa di giusto, buono per tutti e per ciascuno, senza perdere più tempo e senza esitazioni.  Da che parte stare, nuovamente, oggi, mi sembra facile da capire.

Quel “Non è questo il paese che volevamo”, detto da Carlo Smuraglia, presidente onorario ANPI, nella orazione ufficiale del 25 aprile nella mia città, è risuonato e risuona in tutte le coscienze che hanno voluto accoglierlo: un giudizio storico doloroso, ma anche un invito appassionato a nuove assunzioni di responsabilità.

Perciò, nella nostra realtà quotidiana, “giocare”, talvolta, “ai limiti della legalità”, cercando di superare quegli scogli normativi che possono racchiudere il germe di concrete ingiustizie, può significare “fare la differenza” e iniziare a tracciare un solco di ritrovata umanità.

 

 

Dimenticavo: nel cammino di Messa alla prova ci sono state attestazioni di merito in due Premi Letterari, il 17° Concorso Nazionale di poesia e narrativa “Vittorio Alfieri” e il 15° Premio nazionale di arti letterarie “Metropoli di Torino”.

Ora si è aggiunto un Premio della Giuria nel 30° Premio letterario internazionale “Cinque Terre-Golfo dei Poeti-Sirio Guerrieri”, che ha ritirato per me a Portovenere, il 7 aprile 2019, mia sorella Gisella, sorridente nella foto.

Grazie e Gisella e a mia moglie Rosamaria, che ha fatto il collage di attestati e foto.

 

 

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Questa volta Vito, Malavoglia, Moreno e gli altri hanno affrontato un pericolo imprevisto.

Infatti, non hanno solo dovuto lottare contro i loro soliti impulsi alla trasgressione e alla rivincita, contro la tentazione di sistemare le cose facendo tutto da sé, secondo i loro personali progetti o ideali.

Questa volta la realtà della Storia e delle storie si è materializzata nelle ovattate stanze del Caffè Pedrocchi di Padova, storico di suo, con l’irrompere di grida, cori e stridori. Un corteo di manifestanti era giunto a pochi passi dal Municipio e dall’entrata del Caffè ed era scaturito uno scontro con i presidi di polizia.

Impossibile diffondersi, qui, sui motivi della manifestazione e sull’ operato della polizia. Sta di fatto che ci siamo sentiti, all’ interno della storica sala bianca del Pedrocchi, come in un cittadella sotto assedio, con l’impossibilità di uscire; ma anche come in un’isola felice, dove si continuavano a porre domande di un certo spessore e a leggere passi del libro, apparentemente, come se niente fosse, anche se sotto le finestre venivano vibrati colpi di manganello o venivano urlate frasi di rivendicazione di libertà che si affermavano negate.     Il regno dei filosofi nella città ideale.

Il mio rapporto, in questi anni, con Padova, una città che prima conoscevo molto poco, è stato certamente influenzato dai vissuti affettivi e dai ricordi di mia moglie, studentessa della facoltà di psicologia in anni “storici”. Lei mi ha condotto per le strade, fisiche e ideali, della città non certo con la neutralità di una guida turistica. Così, via via, i miei occhi hanno rivisto, anche al di là di quanto vissuto, o non vissuto, direttamente, fatti di anni lontani ma storicamente molto importanti, nel bene e nel male, per la città e per l’Italia. In un certo senso, anche quelle grida e quei lampeggianti non facevano che ripetere un déja vu; anche di tante altre città italiane, nuovamente in questi nostri giorni.

Tuttavia ho percepito nettamente che Vito, Malavoglia, Moreno e gli altri del libro “dalla loro parte” non stonavano affatto in quel contesto. Le loro peripezie scaturivano dagli stessi bisogni. Un bisogno di verità che non può spegnersi di fronte ai limiti posti da regole non comprese o proprio non condivise; un bisogno di agire comunque, anche sbagliando spesso o prendendo direzioni financo pericolose; il bisogno morale di rischiare di persona per la propria “causa” invece di attendere passivamente. Tratti comuni, questi, ai miei personaggi o, almeno, a quelli che ho amato e amo di più.

Già durante la “normale” presentazione non è che si fosse rimasti sul piano dell’astrazione, perché tutto ciò che il romanzo ha di reale e di attuale stava già prendendo corpo bene; grazie, soprattutto, agli stimoli del presentatore e agli umori del pubblico, folto e anche molto qualificato. Muovendo dai miei personaggi e dalle loro storie si era giunti a parlare di imputabilità, di maturità degli adolescenti, di ricerca delle origini…  Questioni importanti, eccome; ma che, in quel clima da cittadella assediata, andavano a inserirsi come cerchi concentrici (il discorso che faccio sempre nelle presentazioni…) in ambiti più ampi, sì che si toccavano con mano i temi prioritari: come la convivenza sociale sempre più logorata e la mancanza di obiettivi di bene condiviso, in una comunità cittadina e nazionale che fa sempre più fatica a definirsi tale.

Anche i segni dei proiettili sul muro, ricordo delle lotte studentesche anti-austriache che nel 1848, pure al Pedrocchi, avviarono l’epopea risorgimentale, per un attimo hanno perso i contorni del reperto storico e sono divenuti segni freschissimi dell’oggi: quasi un monito sul pericolo insito nelle contrapposizioni, ma anche testimonianza di una scelta ideale irrinunciabile, che sa mettere in conto rischi non compresi nelle nostre frequenti e prosaiche analisi costi-benefici.

Perfino le mie modeste dediche ai lettori ˗ scritte, sino alla fine, sotto una luce fluttuante, fra il bagliore della sala bianca e i riflessi dei lampeggianti dei blindati della polizia ˗ hanno acquistato un significato meno rituale, quasi fossero state messaggi in bottiglia a cui affidare le emozioni, intense, di quei momenti.

Sì, per una volta i miei vissuti hanno trovato un’eco comune con quelli che tante volte avevano percorso strade di una città ancora, per me, sconosciuta. E mi è sembrato quasi che Vito ˗ sì, soprattutto lui con la sua energia giovanile ˗ tra quelle mura ci fosse, idealmente, già stato: nel 1848 e anche dopo, tutte le volte che una lotta per la libertà avesse motivato affetti e ideali di persone come lui, impazienti di verità e di concreta, quotidiana, giustizia.

Coraggio: ecco quello che direi a Vito e a tutti quelli come lui, personaggi o persone. Il cammino è davvero difficile, ma altri hanno già provato, prima di voi, a mettere dei sassolini per segnare il percorso.

Secondo me ci sono riusciti.

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Ḗ sabato, il 9 marzo, il sole di mezzogiorno sembra rinvigorire l’azzurro del cielo, che si staglia senza incertezze sulle pietre bianche delle case nel cuore barocco di Lecce.

Sta per partire il mio treno per il ritorno al Nord, verso un cielo di un azzurro, certo, meno intenso; ma il clima si preannuncia ugualmente tiepido come in un anticipo di primavera, complici cambiamenti e capricci climatici.

In questi giorni ho davvero parlato tanto e lo testimonia la mia voce un po’ roca e affaticata.

Una fatica anche metaforica: di uno che, “viandante” per una nuova esperienza di letteratura, nel cammino è stato anche testimone “anziano” di esperienze di giustizia minorile.  In questo itinerario pugliese-lucano ho parlato infatti, necessariamente, anche di giustizia per i minori, delle scelte, spesso difficili, che si fanno collegialmente in camera di consiglio, del rapporto con gli operatori, di ragazzi incontrati in tante storie vere.

Ne ho parlato con persone cordiali, che in questi giorni si sono rivelate in sintonia con la mia mission di presentazione del romanzo: addetti ai lavori di oggi, o che lo sono stati in passato, che in questo incontro hanno riversato la freschezza di tanti ricordi o di tante esperienze attuali, che hanno posto domande emblematiche del loro interesse e del loro impegno di sempre.

Posso dire di essermi sentito quasi “abbracciato” ˗ non capitava da tanto ˗ dalla comunità di chi nel minorile non solo spende le sue competenze ma investe anche la propria motivazione per fornire un servizio davvero efficace, che si traduce in giustizia concreta e quotidiana.

Sì, certo, presentavo un romanzo, si parlava anzitutto di una fiction; ma il discorso, molto spesso, è andato naturalmente oltre e mi ha fatto bene sentir dire a qualche partecipante agli incontri che “tornava a casa più incoraggiato a proseguire nei suoi sforzi”.

Così, in queste terre del Sud ˗ che ancora parlano dello splendore delle civiltà antiche ma sono messe alla prova, oggi, oltre che da politiche spesso poco lungimiranti, anche dal cambiamento climatico, dalle epidemie negli uliveti, dai pesanti rischi ambientali di un’industria che offre lavoro ma sottrae salute ˗ la mia storia, di bambino immigrato in “terra sabauda” e poi di magistrato che ha sempre lavorato lì, ha trovato mille consonanze e si è confusa con le emozioni e i ricordi di tanti altri. Quasi una narrazione comune, come quando ho letto, a p.270 di Messa alla prova, il brano su quella specie di Sud dell’anima in cui si trova Vito e ho sentito la gente attorno più in sintonia che mai, anche al di là degli applausi…

Nella mia testa, ora, ci sono tanti fotogrammi ancora da ricomporre perché i vissuti di questi giorni possano divenire una definita testimonianza, una nuova esperienza.

Sembrano sovrapporsi, come tessere di un caleidoscopio, le immagini del biancore delle pietre delle cattedrali di Bari, con i racconti dei progetti di vela sul mare dei ragazzi del carcere minorile; il presidio di legalità del Tribunale per i minorenni di Taranto, che rianima un antico convento, in un piazza dalla storia nobile ma ora insidiata dal degrado; i volti di ex giudici onorari che ancora si spendono per i ragazzi; quelli delle mamme affidatarie di minori non accompagnati, orgogliose della loro fatica e delle loro scelte.

E ancora: la voglia di capire e diffondere conoscenza dei membri delle associazioni di Lecce, che mi hanno posto tante domande che scaturivano dal romanzo ma erano un tutt’uno con i loro vissuti e le loro storie di quotidianità familiare.

Un segno, per me, che Messa alla prova davvero può dire parecchie cose; anche diverse, a pubblici diversi.

Una mano sulla spalla mi scuote da questo film ad occhi aperti, mentre il treno rallenta giungendo in una stazione. C’è il controllore, ma la mano non è la sua, come, invece, in una nota pubblicità in cui il sogno di una vacanza viene interrotto appunto dalla brusca richiesta del biglietto.

Ḗ la mano di mia moglie Rosamaria, che mi scuote per segnalarmi la presenza del controllore, mentre mi informa di dove siamo arrivati. Il viaggio è ancora lungo, ma non importa. Mi faranno compagnia, oltre a Rosamaria, instancabile compagna d’avventura (v. fra i Grazie a fine libro), i frammenti di vita di questi giorni; in attesa che, a Torino, possa riordinarli dentro di me.

Un bagaglio di nuove suggestioni, sicuramente anche di nuovi stimoli intellettuali. Ancora una testimonianza che muove dal libro, ma era partita da molto lontano e chissà dove troverà nuovo approdo.

Certo non la perderò di vista.

“… è l’ora soave che il sol morituro saluta/ le torri e il tempio, divo Petronio tuo…”.

Ci mancava anche la citazione poetica, potrà pensare qualcuno, che, letto il romanzo, penserà che inseguo i miei pallini letterari come Malavoglia…

Non voglio incombere con il resoconto delle mie presentazioni, ma in effetti l’andare per l’Italia, con il mio libro in mano da presentare, mi consente varie riflessioni e diversi spunti.

Nel tramonto bolognese di una giornata di fine inverno ho avuto l’onore di entrare, per presentare, tra le mura dell’antica libreria Zanichelli (ora Zanichelli coop), che affaccia le sue vetrine sotto il porticato del palazzo dell’Archiginnasio, sede dell’antica università e ora gloriosa biblioteca comunale, famosa a livello europeo, specializzata in campo umanistico; dove, tanto per citarne uno, ha fatto lezione e tenuto incontri anche Albert Einstein…

Così Messa alla prova, piccina piccina ma, in fondo, in sintonia con i messaggi  aleggiati tra quelle antiche mura, ha provato a far arrivare la sua voce di invito all’empatia, all’attenzione per l’umanità che è in noi; da difendere sempre e da non “sgualcire” mai, nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono, fuori e dentro di noi.

Ancora una volta ho ritrovato ad ascoltarmi occhi attenti di operatori, che forse rivedono un po’ se stessi nelle difficoltà dei personaggi, “attori” e “attanti”, come si direbbe con i termini di un manuale di composizione delle fabulae letterarie.

Operatori che nel libro si ritrovano nella lotta contro il disagio e la fatica degli adolescenti ma anche contro i limiti e le inadeguatezze (anche delle istituzioni) nel farvi fronte. Ma ho trovato e riconosciuto anche gli occhi di giovani operatori coraggiosi, consapevoli e tenaci, che ben conoscono le difficoltà dell’oggi ma   vanno verso il futuro con la serena sicurezza di chi si spende per ciò che è giusto.

Sono contento che Messa alla prova mi consenta ovunque di incontrare persone così, che hanno ancora voglia, anche attraverso la lettura o la riflessione su un romanzo, di mostrare il loro impegno di ricerca e approfondimento.

Così ˗ nel tramonto della “fosca e turrita Bologna”, peraltro risplendente delle luci nascoste tra le bifore dei palazzi medioevali ˗ ho ripreso anch’ io il mio cammino verso altre mete, mettendomi alla prova con il mio libro in mano. In cerca ˗ forse un po’ velleitariamente, ma non è questo che conta ˗ di altre voci e altri occhi per accompagnarmi nella testimonianza di umanità che è, in fondo, la scrittura di un libro, per piccino piccino che sia.

Quest’anno non si può che ricordare così:

 

https://www.facebook.com/fanpage.it/videos/327576157857234/

 

Ecco il comunicato stampa dell’Associazione Italiana Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia c/o il Tribunale per i minorenni di Roma., Via dei Bresciani, n. 32 -00136, Roma
Sito web: www.minoriefamiglia.it    Aderente alla”Association Internationale des Magistrats de la Jeunesse et de la Famille”

Comunicato stampa sui minori presenti a bordo della nave Sea Watch
La nave Sea Watch 3 con bordo 47 persone straniere – soccorse dinanzi alle coste libiche – dopo giorni di viaggio, a causa del maltempo e concreto rischio per l’incolumità dei passeggeri, si trova da qualche giorno al largo di Siracusa
Sulla nave, ora in acque territoriali italiane, tra i soggetti maggiormente vulnerabili, vi sono 8 minori soli e 5 minori accompagnati da adulti di riferimento.
Il rispetto della legge e delle regole vigenti in Italia, in osservanza degli obblighi internazionali, dell’attuazione delle direttive europee in materia di accoglienza, della disciplina specifica per la tutela e protezione delle persone straniere di età minore che si trovano in territorio italiano, in applicazione del principio di uguaglianza e di non discriminazione, prevede :
– il divieto di respingimento,
– il divieto di espulsione,
– il diritto ad essere identificati ed essere informati sui loro diritti
– il diritto alla presunzione della minore età fino all’esito dell’ accertamento
– il diritto all’accoglienza secondo la normativa attuativa delle direttive 2033-2032/ 2013 UE prevista dal dlvo n. 142/2015, da eseguirsi , come specificato anche nelle recente circolare del Ministero dell’Interno del 3-1-2019 nel SIPROIMI ( sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati )
– diritto alla nomina del tutore ,
– diritto all’ascolto
– diritto al ricongiungimento familiare
– diritto all’affidamento familiare
– diritto all’inclusione sociale , anche se prossime alla maggiore età , ai sensi dell’art.13 della legge n. 47 del 2017
L’AIMMF ricorda che per la condizione di vulnerabilità delle persone minorenni straniere l’applicazione della legge deve essere garantita senza ritardo nel momento di arrivo alla frontiera per non prolungarne la sofferenza e il trauma patito.
L’AIMMF chiede la dovuta immediata identificazione dei minori al fine di consentire alla Procura della Repubblica Minorile competente di richiedere al Tribunale per i minorenni i provvedimenti in tutela dei minori che si trovano in questa gravissima condizione .
L’AIMMF precisa che l’intervento urgente di accoglienza e di protezione è questione diversa dall’individuazione del luogo stabile di permanenza dei migranti minorenni e che, a questo proposito, già nel recente passato, sono stati efficaci i progetti di “ricollocamento” presso gli Stati membri dell’UE, che rispondono, peraltro, alla progettualità e al sogno di molti dei minori soli.
L’AIMMF, quindi, pur ritenendo non più procrastinabile il rispetto della legge per i minori stranieri presenti in Italia sulla nave Sea Watch per le misure urgenti di accoglienza, di salvaguardia e tutela richiama anche l’applicazione dell’art. 80 del TFUE e le politiche dell’UE ispirate al principio di solidarietà e di mutua collaborazione .
L’AIMMF si impegna, per la tutela e accoglienza dei minori stranieri soli e in condizione di vulnerabilità, a proporre all’Association Internationale des Magistrats de la jeunesse et de la famille un’azione congiunta di sensibilizzazione e di confronto nella speranza, quanto meno, di una attenuazione dei processi in atto di rifiuto e opposizione a soluzioni costruttive e di rispetto dei diritti dell’Umanità.
Il Segretario generale Il Presidente
Susanna Galli Maria Francesca Pricoco

 

 

Man mano che veniva presentato Messa alla prova ha mostrato, gradualmente, tutta la sua anima.

Le prime presentazioni hanno avuto il carattere dell’accompagnamento, da parte dei presentatori, dell’esordiente scrittore di romanzi, verso una nuova esperienza. Così alla libreria di Binaria, il “Centro commensale” del Gruppo Abele a Torino, con la presentazione di Franco Prina, docente universitario nonché ex giudice onorario; così anche alla libreria Il bardotto, dove Camillo Losana, presidente storico del Tribunale per i Minorenni in anni ruggenti del diritto minorile, ha accompagnato anche lui, quasi con delicatezza, i primi passi del libro ancora fresco di stampa.

Poi, man mano, con il cambiare dei paesaggi e delle location, anche le presentazioni hanno acquisito nuove tonalità e il libro ha iniziato a proporsi, di fronte a pubblici diversi, nelle sue varie sfaccettature.

Già a Varazze, di fronte al mare, grazie alle domande della giornalista Graziella Riviera ha preso a “dischiudersi” meglio la narrativa che connota il libro, con i suoi caratteri di fiction e i suoi possibili messaggi.

E così via, negli incontri presso centri culturali o librerie, sono stati sottolineati aspetti diversi, ora letterari, ora sociali, ora psicologici, così come nella presentazione di Pinerolo a cura della professoressa Silvia Bonino.

Questo a riprova del fatto – come è stato detto- che ciascun lettore può leggervi o trovarvi riferimenti diversi e che l’habitat di Messa alla prova non è esclusivamente giudiziario: il suo destinatario finale può essere davvero chiunque perché, in altre parole, non è proprio un romanzo a tesi. Altrimenti non condurrebbe persone così diverse a conclusioni così “aperte”.

Un altro fatto da segnalare: il libro è stato presentato da due docenti esperte di letteratura, in particolare in lingua inglese: Rosanella Volponi a Livorno e Ornella Pozzi a Torino. In entrambi i casi il romanzo è stato commentato e presentato nelle sue suggestioni, nella struttura narrativa, nella psicologia dei personaggi, maschili e femminili, nei possibili parallelismi con altre opere di narrativa, cioè “ha messo gambe” da un punto di vista letterario… Probabilmente è dipeso dall’esperienza e dalla competenza delle due presentatrici se, ascoltandole, mi sono sentito non solo un ex magistrato “impancatosi” a  scrittore, quasi costretto a giustificarsi… per aver deciso di ingrossare le fila degli esordienti nella narrativa provenienti, per non dire transfughi, dalla magistratura… Un grazie, quindi, a loro, senza dimenticare la giovane Chiara Dalmasso, che scrive per L’Indice dei libri del mese e per il Corriere (edizione torinese) e il 27 novembre 2018, nella presentazione alla Fondazione Croce di Torino, ha parlato, ella pure, del mio romanzo sotto il profilo letterario, facendosi ˗ credo proprio ˗ apprezzare da tutti.

Concludendo: una bella esperienza, arricchita dalla lettura di alcuni passi del libro, in alcune occasioni, da parte di attori, attrici o lettori appassionati. In quei momenti ho sentito vivere il mio libro e mi è sembrato che gli ascoltatori comprendessero, empaticamente, che attraverso le parole possiamo anche “sentire” l’anima. Del libro, naturalmente, ma forse, chissà, anche un po’ la nostra.