In questo mese di marzo 2021, dopo notizie di cronaca su arresti, fermi e misure cautelari per l’assalto autunnale a molti negozi “del lusso” nel centro di Torino, ho scritto a La Voce e  il Tempo (settimanale torinese, osservatorio attento, equilibrato e responsabile non solo della realtà locale) una lettera, pubblicata, che è possibile leggere tramite i due link qui presenti.

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Non si sa più cosa pensare. O, meglio, forse si rischia di non aver più lo spazio per pensare. O troppo pieni o troppo vuoti. Le notizie ci arrivano da tutte le parti: dalle chat, dalle news sullo smartphone, dalle notifiche sui social, ovviamente (ma ormai in modo quasi minoritario) dalla carta stampata e dalla tv. Parole che si sommano o che litigano fra loro, che si accavallano in testa creando ripetizioni come mantra sui temi del giorno. Eppure, se appena ti fermi un attimo, hai l’impressione di non sapere nulla. Nulla, almeno, di quello che vorresti sapere, confondendo un po’ anche la notizia in sé con la ricerca di un suo significato.

Tutto, certo, è condizionato e contrassegnato dall’epoca della pandemia, per cui ogni argomento viene in fondo finalizzato a considerazioni che potevano valere prima e che forse non varranno più dopo. Ma mentre l’idea del prima è molto chiara (le nostre vite riviste alla moviola fino a fine febbraio 2020), il dopo non ha un chiaro punto di partenza. La fine dell’incubo, si dice. Affidata alle vaccinazioni di massa o alla più o meno vagheggiata “immunità di gregge”, sul cui possibile raggiungimento in tempi più o meno brevi, peraltro, gli stessi esperti non concordano affatto.

Viviamo nella nostra bolla, fragile, isolata da quella degli altri. Tutto questo se abbiamo avuto la fortuna di non essere stati toccati nemmeno di striscio dalla malattia, altrimenti le nostre bolle di protezione si sarebbero già dissolte in un attimo, lasciandoci in balia della sofferenza, dello smarrimento, della solitudine.

In realtà la pandemia tante cose non le ha azzerate: non ha sospeso le guerre (non è stata accettata la richiesta di armistizio internazionale mossa per due volte dal papa e da organismi internazionali), non ha fatto cessare  gli esodi dei profughi che hanno visto anzi peggiorare la precarietà delle loro sistemazioni, non ha azzerato gli odi razziali (forse esasperati da nuove povertà e restrizioni), non ha messo fine a situazioni di sfruttamento  e non ha migliorato (anzi!) le condizioni  climatiche o le emissioni di Co2. Tutte cose che sembrano far da sfondo, scenari lontani che stentano a trovare una loro messa a fuoco, anche se, in realtà, sono co-fattori della pandemia che stiamo vivendo (come nel caso degli squilibri dell’ecosistema o della diseguale distribuzione di risorse anche alimentari).

Ma su come tutto questo cambierà davvero il dopo non ci sono ancora proposte concrete o, se ce ne sono, vengono presentate per ora in modo cauto, per non sconvolgere la rassicurante attesa del “ritorno alla normalità”. Una normalità che spesso le interviste dei Tg preferiscono individuare e indicare nel ritorno alla possibilità di tornare a sedere tranquillamente ai bar per gli ormai mitici aperitivi o a cenare al ristorante; o anche nella possibilità di usufruire di strutture sportive, di tornare allo stadio a vedere le partite di calcio dal vivo. Naturalmente anche nel poter riprogrammare viaggi e spostamenti, specie in accattivanti località turistiche…

Intanto, qua e là nelle piazze o accanto ai cancelli di qualche scuola, alcuni studenti, di tutte le età, sono accampati con telefoni e tablet per seguire la didattica a distanza (ravvicinata) e per mostrare così la loro contrarietà a essere nuovamente “tagliati fuori” dal circuito scolastico, intessuto di relazioni quotidiane, di affetti e anche di lezioni e proposte culturali.

I loro rappresentanti lo dicono chiaramente, con i megafoni o ai microfoni: vogliamo per sempre scuole sicure, cioè con classi ridotte, con collegamenti di wi-fi efficienti, ma anche trasporti, funzionanti e dedicati, come in molti paesi europei. I più informati citano numeri e tabelle, chiedendo conferme ufficiali sui dati del contagio nelle scuole (sempre piuttosto fumosi, contraddittori e difficili da reperire), testimoniano disagi di apprendimento e relazionali, propri e dei loro fratelli più piccoli. Qualche volta i ragazzi sono affiancati dai genitori, che, dal loro punto di vista, testimoniano la difficoltà a lavorare da casa con i figli che fanno lezione o, al contrario, non sapendo a chi affidarli nel momento in cui, nelle zone rosse, anche le scuole dell’infanzia vengono chiuse.

Trovarsi per molte ore davanti a uno schermo per imparare non è in effetti molto gratificante. Né per gli adulti e tanto meno per bambini e adolescenti: manca il feedback immediato che si trova nello sguardo dell’insegnante, nelle battute dei compagni, nella possibilità di domande che figurino fatte a nome di tutti e non facciano sentire il disagio di essere individualizzati come quelli che non hanno capito e si affidano magari allo strumento delle chat di gruppo durante il collegamento.

Probabilmente il disagio degli adolescenti in DAD ha, però, radici più profonde e più risalenti: relazioni affettive, anche famigliari, fragili o malate, scarsa soddisfazione nel percorso di formazione della propria identità, impossibilità di costruirsi specchiandosi negli altri e dagli altri traendo rinforzo ai propri comportamenti. Tutte cose che gli psicologi stanno studiando per venire incontro ai disturbi alimentari, ai comportamenti autodistruttivi, al rifugio patologico nelle proprie stanze, vissute come isole da non abbandonare più per nessun motivo. Accorgendosi solo ora, per la sua mancanza, di quante funzioni di supplenza siano delegate alla scuola e da essa, in qualche modo, comunque svolte a sostegno dei ragazzi e anche delle loro famiglie (che continuano, peraltro, ad apprezzarne maggiormente l’aspetto della custodia).

I ragazzi, realisticamente, hanno capito tutto e purtroppo lo dimostrano proprio nella varia gradazione del loro disagio. Hanno percepito la gravità e profondità del vuoto: vuoto di relazioni, ma soprattutto di significati. Le relazioni sui social, moltiplicate con il loro bisogno di like e di visualizzazioni, sono in realtà una rappresentazione di relazione, una figura che le rappresenta ma anche le nasconde.  Altra cosa (come piacere e come sofferenza) avere addosso lo sguardo degli altri, i momenti da attendere e da temere, le telefonate che non si avvitano su se stesse ma stabiliscono ore e luoghi di incontri, cioè di attimi di vita da preparare, aspettare, da collezionare con gioia o da cancellare nella memoria. Emozioni e sentimenti, forse, anche per capire come spendersi, ora che la riuscita scolastica è collegata quasi più all’efficienza dei collegamenti di rete, o alla capacità degli adulti di non ripetere on line le già logore liturgie delle lezioni frontali, che non alla voglia di apprendere e misurarsi.

Tuttavia, quando hanno trovato adulti concreti, capaci di trasmettere segnali forti di attenzione al mondo e agli altri, capaci di indirizzare energie per salvare e salvarsi in un’arca di Noè costruita da sforzi comuni, i ragazzi hanno saputo, in questi mesi, dare il meglio di sé e della loro creatività. Il volontariato giovanile in molte città e situazioni è aumentato (dicono le statistiche) fino al 110%: molti ragazzi hanno sostituito gli anziani, volontari da sempre ma ora rifugiati in casa, hanno fatto pacchi per le spese per persone in difficoltà, recapitato medicine, accompagnato alle visite o inventato applicazioni per consentire di usufruire servizi sicuri da casa.

Certo, altri hanno fatto assembramenti, si sono ubriacati per strada, hanno manifestato contro chiusure di locali e hanno fatto feste private… Un comportamento solo giovanile? Considerando non solo l’età dei protagonisti di queste sfide, potremmo vederli non molto differenti dalle provocazioni dei signori di mezza età che hanno riempito i ristoranti o le vie dello shopping, lamentandosi per le perdite incombenti di libertà e di democrazia. Un mondo del prima, che forse senza le idee troppo chiare sui diritti prevalenti ed essenziali e sul loro esercizio, rivendica oggi il ritorno a situazioni di vita che il crescere delle disuguaglianze non renderà più possibili, come erano, dopo.

Tra il prima e il dopo uno spazio di mezzo, tra gli affanni del quotidiano, ci potrebbe ancora consentire di recuperare. Siamo tutti adulti in DAD, che dovremmo, oggi, avere il coraggio di testimoniare a cosa sapremo rinunciare, dopo, per riempire almeno un po’ il vuoto dei giovani, offrendo il tempo non affannato di una ricerca insieme, di una consulenza disinteressata, di un’esperienza condivisa, pronta ad aprirsi al cambiamento. Qualcosa fatto con i giovani, progettato con loro e non per loro. Un cambiamento che non conosciamo, che teoricamente è a volte lontano dalle nostre aspettative, ma che è frutto di passione comune.  L’unica che poteva aiutarci prima e che potrebbe salvarci dal vuoto di senso e di prospettive comuni, dopo.

 

Si è discusso e si discute molto dell’utilità della Memoria  del passato, anche nelle sue pieghe più tenebrose, per aiutare a scongiurare il ripetersi del Male nel presente.

 La Memoria è  sicuramente indispensabile, contro ogni tentativo negazionista e contro il rinascere di  movimenti  che riaffiorano  minacciosamente, qua e là nel mondo. Da sola  però non è certamente sufficiente, se non è aiutata a creare  anche occhi capaci di decifrare il presente e denunciarne i mali. Deve cioè creare consapevolezza, coscienza del pericolo possibile, tendenzialmente sempre in agguato.

 La consapevolezza, poi, ha cammini spesso tortuosi,  a volte apparentemente casuali.

In questi giorni di fine gennaio, in occasione della giorno della Memoria, noi siamo aiutati da testimonianze di percorsi molto differenti e anche da riflessioni sull’oggi.      Sono collegate da un filo, che unisce il malessere dei nostri giorni tormentati al bisogno di una rinnovata coscienza per noi, uomini e donne, che non possiamo dimenticare quel passato, ma soprattutto non possiamo crearci alibi per non agire sul presente.

Leggiamo e ascoltiamo:

Da  Sopravvissuta ad Auschwitz, di Eva Schloss

La consapevolezza è a volte scontata, improvvisa e dolorosa.  Quando si vivono direttamente gli eventi è inequivocabile, meno facile è invece per gli altri prendere coscienza che tanti segnali non possono essere trascurati.

 Con la disintegrazione dell’impero austroungarico dopo la Grande Guerra, la città aveva assistito ad episodi di guerra civile. A cavallo dei due secoli, le differenti nazioni e i vari ruppi etnici avevano dilaniato l’impero e, mentre i politici si insultavano in lingue diverse in parlamento, all’esterno si riversavano lavoratori in miseria per protestare contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, gli alloggi affollati e contro un’ondata di migranti che, secondo loro, rendeva difficile trovare un impiego …

I senzatetto erano drammaticamente cresciuti, la gente dormiva  in brande  sotto le pensiline dei tram, faceva la fila per dormire nei dormitori, non poteva permettersi di mangiare. Mentre la Vienna dei ricchi si riuniva nei caffè per discutere, la Vienna dei poveri si recava nelle mense popolari per  ripararsi dal freddo, leggere le notizie sui giornali e ricevere un piatto di minestra. Quei quotidiani spesso raccontavano che tutti i problemi avevano un’unica causa: gli ebrei . Il sindaco incolpava gli uomini d’affari ebrei delle dure condizioni di vita e alcuni scrittori si mobilitavano per un movimento pangermanista e nazionalista che si rifaceva a leggende su un popolo ariano d’Europa, superiore alle altre genti dell’impero ….Non dimenticherò mai la paura e il terribile presentimento che provai all’arrivo a Vienna dei nazisti: furono accolti dal suono delle campane, da una folla acclamante e da gigantesche bandiere rosse con svastica nera appese ad ogni finestra …

D’improvviso erano scomparsi gli amici fraterni della mia infanzia, i soliti negozianti, gli autisti di tram e portieri, che avevo conosciuto fino al giorno prima, ora obbligavano gli ebrei a mettersi in ginocchio e a grattare via dai marciapiedi slogan che inneggiavano alla democrazia. Un uomo, sospettato di essere ebreo per il suo aspetto, veniva buttato giù dal tram  e molti studenti venivano cacciati dalle scuole al grido di “fuori gli ebrei, i colpevoli!”.

  

Da  Dora Bruder , Patrick Modiano

Anche di fronte a realtà concrete, terribili e disumanizzanti, siamo tentati di difenderci “non riuscendo a crederci”. Così è capitato anche ad alcune persone, non solo ebrei, rinchiuse nel velodromo di inverno di Parigi, luogo di arresti di massa durante l’occupazione nazista, da dove nel luglio del 1942 più di 5000  furono deportati in Germania. 

(lettera di Robert Tartakovsky, critico d’arte)       Sabato 20 giugno 1942.

Miei carissimi, ho ricevuto ieri la valigia, grazie di tutto. Non so, ma temo una partenza precipitosa. Oggi devo essere rapato a zero.  Da questa sera chi dovrà partire sarà sicuramente chiuso in un edificio speciale e sorvegliato a vista, accompagnato anche al gabinetto da un gendarme. Su tutto il campo aleggia un’atmosfera lugubre. So che riceveremo tre giorni di viveri per il viaggio. Temo che sarò partito prima di ricevere i pacchi, non preoccupatevi, l’ultimo è molto ricco. State tranquilli, sarete nei miei pensieri.

Sono le 6.30.Temo di portarmi troppo, se chi perquisisce ne ha voglia può buttare giù una valigia se manca il posto o secondo l’ umore … Non appena non avrete più notizie, non perdete la testa, non datevi pena, aspettate con pazienza e fiducia, con fiducia in me. Il silenzio non vuol dire necessariamente che vada male.

Dite a mia madre che preferisco fare questo viaggio, avendo visto partire tanti altri per l’Altrove …

State vicini a mia madre e dite ad André che la persona di cui ha l’indirizzo l’ho incontrata il  1 maggio e che il 3 venivo arrestato (forse solo una coincidenza?) … Anche malati e infermi sono stati chiamati  in gran numero per la partenza.  Penso a tutti gli amici che con tanto affetto mi hanno aiutato a restare libero.         Grazie di tutto cuore a quanti mi hanno fatto “passare l’inverno”.  Lascio questa lettera in sospeso, devo preparare la borsa. Penna e orologio andranno a Marthe, qualunque cosa dica mia madre. Mamma cara e voi amatissimi, vi bacio con commozione.

Fatevi coraggio. A presto.  Sono le 7.

 

Da Noi partigiani a cura di Gad Lerner

Altre volte la consapevolezza è immediata, come reazione ad atti clamorosi di ingiustizia o come educazione spontanea che nasce dal confronto con altri, con le loro vicende condivise, con i loro ideali .

intervista a Sante Bajardi

 Da piccolo abitavo a Torino, quartiere barriera di Nizza, via Ormea 150. Un caseggiato di 118 famiglie.

Quando il 25 luglio del 1943  arrivò la notizia che Mussolini era caduto, l’applauso che si alzò da quei palazzoni, costruiti per gli operai dell’ultima periferia della città, era davvero fragoroso. Una cinquantina di ragazzi scesero in strada verso i luoghi dove si buttavano giù i simboli del fascismo. Andai anch’io e svelammo al mondo quello che nel vicinato sapevamo già: in quelle case eravamo tutti antifascisti …

Io ero figlio di un sarto siciliano e di una madre altoatesina, mio padre mi sognava ragioniere, ma eravamo troppo poveri e mi mandò alle scuole di avviamento professionale, l’Avogadro, allora il miglior istituto tecnico d’Italia.

In famiglia la politica non entrava. I primi dubbi me li mise una ragazza con cui filavo nel 1940.  Era la commessa della panetteria vicino a noi, abitava a Moncalieri e veniva da ambienti antifascisti. Quando la accompagnavo a casa dopo il lavoro mi diceva cose che mi facevano pensare.

Così quando arrivò il 25 luglio sapevo da che parte stare. Entrai nelle SAP, eravamo giovanissimi, la generazione operaia del biennio rosso era stata ormai dispersa, distrutta. Noi siamo venuti dopo e non li abbiamo conosciuti. Il nostro obiettivo all’inizio era quello di far propaganda tra la gente, nelle boite, nelle osterie del quartiere, in modo che al momento giusto saremmo stati pronti a difendere il rione e le fabbriche.

intervista a Gastone Malaguti

Una mattina del 1938 ero seduto al mio banco in seconda media a Bologna. Accanto a me di solito c’era Davide, uno dei miei migliori amici, nel pomeriggio andavamo insieme in piscina. Quella mattina Davide non venne a scuola. Avevano comunicato a tutti gli ebrei che non si sarebbero dovuti più presentare in aula. Mi alzai di scatto e protestai  “Cosa vuol dire? Davide non ha fatto nulla di male. Perché non si deve presentare più? Non è giusto!”  Un caporione fascista tutto agghindato in orbace mi prese per un orecchio e mi buttò fuori della classe.”Quindici giorni di sospensione, così impari a protestare!” Tornato a casa, dissi a mio padre “In  una scuola così non voglio più andare”.  Mi rifiutai sempre, tanto che cominciai a lavorare come fattorino… Ma di lì mi fu chiaro che le ingiustizie andavano combattute. Sarà per questo che, quando arrivò l’8 settembre, a me e ai mie amici sembrò normale comportarci come facemmo.

 intervista a Germano Nicolini

 “Non dite che siete scoraggiati,che non ne volete più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere”.

Queste parole le ha scritte un mio amico, Giacomo Ulivi, nell’ultima lettera prima di essere fucilato a diciassette anni nel novembre 1944 a Modena. Ogni giorno della mia vita Giacomo continua ad essere con me.

Ed è grazie a persone come lui che ho resistito a testa alta.

 

Da Che cos’è la guerra,  di Domenico Quirico.

A volte ci illudiamo che, finite le guerre, la pace sia la soluzione di tutto. Quale pace? quando la pace ti porta la necessità di rinnegare la tua terra e di fuggire, nuove guerre o nuove forme di guerra possono sempre essere incombenti. Inevitabili, anche se sbarriamo porte e finestre; ma dalla nostra parte  abbiamo un’arma potente e pacifica, di cui  spesso non abbiamo né rispetto né consapevolezza.

Le nazioni Unite, create nel 1945 per scongiurare  definitivamente la guerra, sono un fallimento: i conflitti sono troppo piccoli e feroci per passare al setaccio della trattativa e troppo complessi per trasformare le risoluzioni, gli inviti,le parole, in tregua, accordo, pace.  La guerra per l’ennesima volta ha cambiato aspetto, ha scombinato le carte di chi credeva di averla imbrigliata in regole, limiti, confini.

Le guerre di oggi, intorno a noi, non passano, non finiscono, ingoiano il dopoguerra, diventano eterne. Non c’è una magnifica pace, la firma di un accordo, non ci sono i reduci, i sopravvissuti che tornano a casa, guardano le rovine, si rimboccano le maniche e cominciano faticosamente, piangendo, a ricostruire. Il combattente, ma anche il civile, travolto dal conflitto non riesce ad uscirne.      Il dopoguerra è ancora la guerra. Perché non c’è una via di uscita, non c’è una soluzione, il conflitto rimbalza su se stesso. Il sopravvissuto diventa profugo eterno, che non ha più alcuna speranza di tornare a casa, si trasforma in migrante e trasferisce la sua disgrazia in luoghi lontani e tra genti estranee che lo respingono come un possibile portatore dell’epidemia della violenza e della povertà.   Non chiudiamo gli occhi. Guardiamo.  Nessuno di noi è immune, la peste è entrata nelle città, anche nella nostra. Chiudere le porte, sbarrare le finestre non ci salverà .…

Che cosa resta all’occidente impaurito e malato per resistere?  Il Diritto.

Ḗ questa  la vera divisione del mondo, da una parte noi con la Legge che rende gli uomini uguali, che punisce l’arbitrio, codifica il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, che spetta ad ogni uomo; dall’altra, il mondo del non Diritto, dove chi ha il potere può arrestare, sequestrare, uccidere, senza che nessuna legge venga a chiedergliene conto.

 

Da La generazione del deserto, Lia Tagliacozzo;    da un’ intervista a Lia Tagliacozzo di A. Zaccuri, l’Avvenire, 20/1/2021

A volte ciò che tortura oggi i “figli degli orfani”, i nipoti dei deportati, è proprio la mancanza di notizie su quanto abbiano vissuto i loro famigliari in quei giorni terribili. Non tanto quanto accadde, faticosamente ricostruito dagli storici, ma del loro sentire più o meno consapevole.

 Anche se, secondo l’autrice, anche storicamente  siamo lontani dalla piena consapevolezza di ciò che significarono quegli anni.

 Noi, figli ultimi di chi allora patì bambino, siamo compressi in una memoria privata, a volte segreta e taciuta, e una memoria mediata dalla conoscenza e dalle istituzioni …

Gli israeliti romani fino a quel momento non erano stati minacciati, per quanto i tedeschi avessero accentrato  ogni potere nelle loro mani. Cominciava a farsi strada nei loro animi la speranza che gli eccessi, dei quali nelle altre terre precedentemente invase dagli eserciti germanici i loro fratelli di fede erano state vittime, non si sarebbero ripetuti a Roma.  Ma nonostante il loro impegno a non farsi notare, a camminare lungo i muri, a non attirare mai l’attenzione, come se il solo vivere desse agli occupanti il diritto di decidere la loro vita, gli ebrei romani sarebbero stati imbrogliati. Eppure si fidarono. La prima volta il 26 settembre con l’estorsione di 50 kg di oro.

Cosa accadde ai miei in quei giorni? cosa sapevano di quanto stava accadendo? Cosa capirono? Avevano paura o si sentivano al sicuro? Come vivevano?….

…”In Italia non si è ancora sviluppata una coscienza storica e civile di quello che il fascismo ha rappresentato. E questa mancata consapevolezza resta un fatto pericoloso, che ha molto in comune con le esplosioni di intolleranza che negli ultimi tempi si sono fatte solamente più rumorose rispetto a qualche tempo fa.
In Italia l’antisemitismo è sempre esistito, ora però ha conseguito una sorta di legittimità, che troppo spesso viene confusa con la libertà di espressione”.

 

 

Da Le strade dritte, racconto di Ennio Tomaselli

Anche nelle storie personali il passato sembra giocare a rimpiattino con il nostro destino, quasi nascosto nelle pietre e nelle vie delle città. Ma proprio dal passato si può trarre  consapevolezza per girare pagina. La storia di un ex condannato, che ha scontato la sua pena e che incontra, dopo anni, una “sua” giurata: insegnandole anche qualcosa  e non solo a lei …

«…. Niente accuse di fatti di sangue. Avevo ventisette anni ed ero un fiancheggiatore. Voi, di anni, me ne avete dati sette, era giusto e da quello, in galera, sono ripartito con la testa. Dovevi essere una giusta anche come prof».

«Ho sempre e solo fatto la prof. Mi avevano chiamato per sostituire un altro giudice popolare. Così mi ritrovai in quell’aula, con la fascia tricolore sul petto, a guardare te e quell’altro, che invece era anziano».

«Anche tu eri giovane, ho capito che ne avevi solo pochi più di me. Alla sbarra pensi di tutto. Ci avevano beccato per la dichiarazione a scoppio ritardato di un pentito. Sono passati quasi quarantanni e quell’aula, anche se non più di corte o tribunale, è sempre lì, a cento metri da noi. Forse gli unici a ricordarsene»

«Sai cosa penso? Forse c’entrano anche queste strade dritte, questi incroci perpendicolari…»   «Tipo sbarre».     Anche Chiara sorrise: «Fammi fare la prof che deve esporre il concetto.

Questo: anche chi fa le vasche in via Garibaldi senza accorgersi di via Corte d’Appello e della Curia Maxima, che pure sono a pochi metri, e senza sapere niente … finirà per farsi attrarre, come da una calamita, in questo quadrilatero di strade e incrocio di storie. E allora saprà e capirà. La storia siamo noi e lo sono anche le strade che percorriamo, i palazzi, le chiese, i balconi!»

«Sì, basta pensare a come sono arrivato a sant’Egidio otto mesi fa … Ho deciso di tornare a Torino pensando che qui fosse meno difficile dare un senso alla vita. Da giovane il senso era, però, quello sbagliato e volevo riprovarci da anziano »…

Quando, dopo due settimane, Chiara lo rivide davanti alla chiesa, aveva un aspetto stanco e, accanto a sé, un ragazzo di colore.

«Lui è Hamid. L’avevo trovato, ubriaco, in piazza Statuto e me lo sono tirato dietro fino a dove sto, a san Donato. L’ho fatto lavorare nei mercati. Mi sono allevato l’erede, ma adesso tocca soprattutto a voi e al santo».

Chiara lo prese da parte: «Perché dici così, Franco? Come stai?»

«Come uno che ha avuto la pensione perché era già mezzo andato. Sai, Chiara, in carcere ho letto Pavese… Per lui Torino è amante e non madre né sorella. Io l’ho scelta come compagna di viaggio perché qui sei coinvolto comunque e, se ti dai da fare, magari di cose ne escono. Ho trovato voi e adesso anche Hamid. Con lui è come avere un figlio: ha sedici anni, come me quando arrivai qui, coi miei, dalla Sardegna».

A Chiara, per la commozione, non venivano le parole per rispondere. Franco continuò: «Mi basta sapere che mi fermerò sulla strada giusta, con il ricordo che porto e quello che lascio. Il resto della frase di Pavese tu, che sei prof, lo sai meglio di me».   «Ma tu l’hai capito di più».

Era ormai buio. Nessuno dei passanti faceva caso a due anziani che salivano lentamente, come sostenendosi a vicenda, gli scalini della chiesa. Li seguiva lo sguardo di Hamid; che era lì per la prima volta ma, dopo aver camminato con Franco quasi dal fondo di via san Donato e averli sentiti parlare, aveva già capito quasi tutto. Anche che Cesare Pavese non era solo il nome di un posto pieno di libri dove era stato, con un educatore, prima di tagliare, inciuccarsi, salire sui tram e ritrovarsi in quella grande piazza dal nome strano.

 

 

 

 

 

In questo tempo di pandemia (qualcuno dice sospeso, altri bloccato) le nostre giornate sono percorse da discorsi ricorrenti, in cui ciascuno ha punti di riferimento diversi, a seconda del proprio ambiente di vita e del proprio  ambito culturale.

Le tematiche sono però  sempre quelle: la realtà che ci circonda e ci impaurisce, descritta, analizzata, discussa o negata.  I nostri comportamenti ricorrenti in situazioni di pericolo comune o diffuso.

La resistenza  e le azioni di coraggio di fronte alla minaccia di perdere sicurezze  o, in qualche caso, anche le nostre stesse radici.

La necessità, al contrario, per alcuni di andare, di allontanarsi dalle proprie  case per poter conservare da lontano la speranza, il ricordo e per poter aiutare gli altri che restano, mantenere la propria cultura , per potersi dire in qualche modo ancora vivi.

La nostalgia per ciò che non hai mai conosciuto davvero, ma che penseresti possibile e realizzabile solo se la vita e il mondo fossero diversi …

Ho voluto anch’io far riferimento a questi argomenti, cercando di allargare un po’ l’orizzonte al di là dei riferimenti quotidiani. In questo caleidoscopio di pensieri , parole e immagini che vengono da tempi, mondi ed esperienze diverse, si inseriscono timidamente anche alcune parole, alcune righe dei miei libri. Semplicemente,  si aggiungono ad altre di più autorevoli compagni di letteratura, danno anche loro vita a pensieri  di tante donne  e uomini di ieri e di oggi.     Dare voce a queste parole vuole essere un augurio per il nuovo anno, un augurio di tempo per studiare e  pensare, di discernimento nell’agire, di coraggio nel buttare il cuore oltre l’ostacolo. Buon anno!

Buon ascolto e buona lettura!

 

 

 

Negazionismo  ( capXXXI  Promessi sposi, A. Manzoni)

Negare è un meccanismo difensivo, un’esperienza di ieri e di oggi,ma ci difende davvero?

C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché, tanto nel lazzaretto, come per la città, alcuni pur ne guarivano,  “si diceva dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non essere vera peste, perché tutti sarebbero morti”.

Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i cittadini di concorrere al cimitero di San Gregorio, fuori di Porta Orientale, a pregar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse.

Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza…

La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla .…In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo.      Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso.. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.     Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire

 

Resistenza ( cap. IX-X Resto qui, M. Balzano)

La resistenza di un paese, che verrà sommerso per la costruzione di una diga a vantaggio di una  grande industria, senza che gli abitanti possano partecipare  ai vantaggi, ma nemmeno alle decisioni. E senza che i loro  bisogni siano compresi, sotto il regime dittatoriale  come  nella democrazia per cui hanno lottato.

Qualche giorno più tardi, alle luci dell’alba gli stessi contadini  riuscirono a scavalcare il posto di blocco.. I carabinieri spararono in aria, ma lo stesso i quattro correvano e si lanciavano addosso ai manovali come chi è disposto a morire. Li disarmarono , gli misero i piedi in faccia e i contadini restarono immobilizzati sotto gli scarponi. Rossi di terra e di vergogna .… Finalmente la gente gridava, la gente piangeva,la gente era uscita per strada a guardarsi in faccia. Finalmente la gente era degna di questo nome e almeno per quel giorno nessuno pensava per sé, nessuno aveva fretta di rientrare, nessuno aveva un altro  posto dove voleva essere, perché con lui c’erano le donne, i figli, gli animali, gli uomini con cui era cresciuto anche quando non gli avevano rivolto la parola,anche quando aveva fatto scelte contrarie alle sue … – Quei bastardi hanno chiuso le paratoie senza avvisarci-disse Erich.  -Andiamo a Resia, ordinò il parroco. Ci mettemmo in fila. Eravamo più di duecento. Giovani e vecchi. Uomini e donne. Per strada qualcuno intonava cori, qualcun altro piangeva, qualcun altro strillava. Arrivammo a Resia nel pomeriggio e quando in lontananza scorgemmo due ingegneri  della Montecatini, quelli  rimasero paralizzati, poi, vedendo che eravamo un esercito, accelerarono il passo e alla fine si misero a correre come ladri di polli verso la casa di un carabiniere di cui gridavano il nome. I ragazzi lasciarono il gruppo per inseguirli. Noi gridavamo “miserabili”. I ragazzi afferrarono gli ingegneri e li spinsero verso la folla che in un attimo li circondò.  – Avete chiuso le porte della diga? Chiese padre Alfred in quel silenzio pronto a esplodere.   – Non abbiamo potuto avvisarvi dissero impacciati col fiato in gola. Arrivarono ad alta velocità due macchine dei carabinieri. Inchiodarono a pochi passi da noi. Scesero con le pistole in aria, si fecero largo tra la folla, gli ingegneri immediatamente si nascosero dietro di loro, che li misero al sicuro dentro l’automobile, mentre molti di noi non smettevano di insultarli. Poi si diressero decisi verso padre Alfred. Gli bloccarono i polsi e lo spinsero come si spingono i delinquenti sulla seconda macchina …Ad agosto vennero a mettere le croci sulle case che avrebbero fatto saltare con il tritolo ….

L’acqua ci ha messo quasi un anno a ricoprire tutto . E’ salita incessantemente fino a metà della torre, che da allora svetta come il busto di un naufrago sull’acqua increspata.

Disillusione ( cap. II  La peste, A. Camus)

Non sempre la razionalità riesce a prevalere, tanto meno quando tutti sono minacciati da un nemico invisibile, che ci si prova  ad affrontare lamentandosi e impedendosi di vedere la realtà

 I sieri non arrivavano. “Tanto chissà se servirebbero”, si domandava  Rieux,”è un bacillo strano questo”. “Ah, non sono d’accordo, quegli animaletti hanno sempre un aria speciale, ma alla fine sono tutti uguali”…

Se l’epidemia non si fermava da sé, non sarebbero state certo le misure prese dall’amministrazione a sconfiggerla … Ma dopo che chiusero le porte, tutti si resero conto di essere sulla stessa barca, compreso il narratore, e se ne fecero una ragione.

Così per esempio un sentimento privato quale la separazione da una persona cara divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.

Quasi tutti erano sensibili a ciò che interferiva con le loro  abitudini o toccava i loro interessi.  Ne provavano fastidio e irritazione e non sono questi sentimenti che è possibile contrapporre alla peste. La loro prima reazione fu di prendersela con la pubblica amministrazione.   La domanda era “ Non si può prevedere un alleggerimento delle misure adottate?” l’annuncio che nella prima settimana si erano toccati i  trecentodue morti, rimaneva infatti qualcosa di astratto.

 

Destino  (cap. Ḗ a Kayes..Esodo, D. Quirico)

L’inchiesta  parte dai villaggi più poveri del Mali, da dove quotidianamente si parte per ingrossare le file di un esodo che pare infinito, doloroso,ma necessario e apparentemente ineludibile. Lasciare la casa per difendere casa.

E’ gentile Nyang, ma nei suoi occhi c’è una languida ostilità; non appartiene al  nostro stesso mondo quel viso, noi per lui siamo al riparo dal dolore, dalla tragedia, dalla miseria. “La migrazione è una religione per noi. Siamo tutti migranti, la nostra vita è la migrazione. Perché studiamo francese a scuola? Per migrare. Perché lavoriamo come bestie? Per avere i soldi per migrare. Tutto il poco che abbiamo in Mali, questo paese disperato, è pagato dai migranti …Puoi raccontare tutto questo, l’orrore, le umiliazioni, i morti, mille e mille volte, ti guardano e dicono: la verità è che hai avuto paura per questo cerchi di convincerci.E’ arrivata la notizia che uno di noi era morto e due giorni dopo i fratelli hanno vuotato lo zainetto di scuola e sono partiti con la benedizione dei genitori…Partirà il primogenito scelto dalla famiglia, dal villaggio, perché sanno che i soldi torneranno qui. Il deserto avanza, senza la migrazione oggi saremmo già morti, tutto quello che abbiamo nel villaggio, l’acqua e la scuola lo dobbiamo ai migranti. Come potete dire che è una follia? È il nostro destino” ….

Accompagniamo al villaggio Drissa che torna da Parigi, espulso, dopo essere stato per quattordici anni un sans papier. In quattordici anni non è mai tornato a casa, trova  figli grandi, tanti del villaggio non ci sono più, morti o partiti …Drissa adesso è nel suo villaggio, tutto quello che è stata la sua vita per quattordici anni, muratore e manovale in imprese di pulizie, Parigi, quello per cui ha lottato con tanto accanimento è stato lasciato indietro…

Ora sembra che Drissa abbia tutta la vita davanti per assaporare la sua delusione. Ha tentato, è arrivato dall’altra parte del mare, la casa che ha cercato di costruire, non più in bankò ma in cemento, si è fermata al primo piano.  Ma un giorno, forse subito, ripartirà. Che cosa ci sta a fare qui? Qui è tutto morto. E gli altri lo sanno e lo ammirano per questo.

E’ questa una causa degna della loro devozione.

 

Riflessioni sulla vita e sulla morte (cap.Venerdì santo, Messa alla prova, E. Tomaselli )

Il magistrato Malavoglia si è trovato, non proprio per caso, a partecipare a una processione del venerdì santo nel suo quartiere. Lì, ha trovato  in carne e ossa quasi tutti  i protagonisti dei suoi fascicoli, con loro, in una atmosfera un po’ irreale, ha condiviso interrogativi ed emozioni.

A casa, quella notte, Malavoglia dormì ancora meno del solito; ma, nel suo vagare per le stanze come alla rincorsa di una logica inafferrabile, era più sereno.

La storia di Pasqua, metafora della vita, ruota, per come la vedeva lui (adesso gli sembrava di avere le idee più chiare), sempre attorno allo stesso punto. La morte riguarda tutto ciò che è umano, tant’è che l’ingiustizia degli uomini ha fatto fuori anche Gesù, il dio incarnatosi, e tocca a noi distinguere fra il male e l’ingiusto, che dovrebbero essere spazzati via come il loglio e non ricomparire mai più, e il buono-bello-giusto, che se ne vanno anche loro ma, nel contempo, dovrebbero rimanere in qualche modo fra ˗ e per ˗ chi resta, come se fossero anime, angeli, spiriti buoni che indicano la strada.

In quella notte si erano riuniti materialmente o idealmente tutti i fantasmi, con le ossessioni, della sua vita. ….La vita gli aveva fatto masticare amaro (a lui come a tutti; a taluni anche molto di più) e così aveva finito per isolarsi nella sovrastruttura letteraria che gli avevano cacciato in testa da giovane, e che da lì non si era più mossa.. .

Ma ormai si era convinto ˗ la vicenda di Vito e le emozioni esplosive di quella notte glielo avevano, via via, confermato ˗ che qualcosa di positivo sarebbe rimasto, oltre la fine delle prove e della vita stessa. Le anime si sarebbero staccate dai corpi, ma era lo stesso meccanismo dei pensieri dei ragazzi che volano via per essere sostituiti da altri pensieri: come adulti, genitori, vecchi. Rimaneva, comunque, qualcosa che, come un lume, avrebbe illuminato la strada, per buia e impervia che fosse. Sicuramente lo dicono già i preti; ma se quattro gatti scombinati hanno comunque la forza e la speranza per trovarsi una sera che è brutto e andare dietro a qualcosa, forse dietro l’angolo della strada ˗ dove aveva girato la processione e alla fine era arrivato anche lui ˗ c’è già Dio o, almeno, qualcosa per cui vale la pena di vivere e di aver vissuto.

Aveva sempre fantasticato che nella casa bianca, chiusa da sempre, all’angolo con la sede vetero-marxista ci potesse essere, nascosto, un latitante e l’aveva proprio pensato quando aveva visto, sola alla fermata del bus là davanti, una signora araba con un valigione enorme, come quel trolley dove anni prima avevano trovato nascosto, in Spagna, un bambino marocchino …

Ma ora riusciva a pensare e sperare che ciò che, realmente, latitava di più ˗ una democrazia vera e compiuta, per tutte le persone, di ogni età ˗ avrebbe potuto essere meglio protetto e preservato se fosse finalmente uscito da là dentro. Anche nascosto in un bagaglio ingombrante, che si sarebbe fatto uscire e viaggiare con la collaborazione delle donne: come la signora alla fermata, come in una nuova, autentica, Primavera Araba, com’era stato nella Resistenza… E, così, anche qualche magistrato come lui o il signore con l’ombrello ˗ prigioniero del passato e dei fantasmi della gioventù, della libertà e della democrazia ˗ avrebbe potuto uscire allo scoperto, girare per case, chiese e tribunali …

Malavoglia capì, svegliandosi, che qualcuno lo cercava, lo voleva con insistenza, quasi con ardore e calore. Ma non doveva essere né  un’anima né, tanto meno, Dio. Afferrò il cellulare del turno.  «Buongiorno, dottore! Sono il vicebrigadiere Cangemi » «…Non avendo ricevuto la sua chiamata ieri sera, abbiamo ritenuto opportuno attendere, per non disturbarla, fino al mattino seguente, intendesi le sei odierne. Le riassumo i termini della vicenda …».

 

Paura del futuro ( cap. Fine corsa, Un anno strano, E. Tomaselli)

Romy a quasi diciassette anni ne ha già passate tante, è sempre in fuga e sempre alla ricerca. Le sembra in fondo di avere sogni semplici, ma tutto sembra allontanarsi e complicarsi sempre più.

Era inutile pensare al futuro. E’ come un mostro marino che finisce sempre per ingoiarti perché tu, una volta che sei in mare, sei in balia sua, non c’è scampo. Lei, nel mare ce l’avevano gettata già da tanto tempo. Finora era riuscita, almeno, a non affogare ma sarebbe stato meglio crepare prima visto che, adesso,  arrivava lui e sarebbe finita nel modo peggiore. Fare fuori Francis  era una cosa che non c’entrava con il futuro. Era un atto di giustizia da compiere subito, al più presto, almeno avrebbero strappato alla loro vita da schifo qualcosa che essa non avrebbe mai potuto riprendersi. Ne sarebbero rimasti padroni, quali che sarebbero stati il loro destino e il loro tempo.

La speranza, ormai, si era ridotta a quello, si era rimpicciolita a quella macchinetta  dove si stava appena in due. Che fregatura. Specie ripensando a quando, ne aveva avuta: l’inizio della storia con Said, la fuga dall’ospedale, quella dopo la rapina in banca, l’evasione dal carcere….Nella giustizia qualcuno buono l’aveva incontrato, soprattutto il vecchio che quasi avevano arrestato con lei.    Ma era gente che remava al servizio di una grande nave che tirava dritto sempre, e l’aveva fatta finire in galera. Le ultime volte che aveva sognato qualcosa davvero, come i sogni che fa una bambina, erano state nel buio: vicino al grande fiume, guardando la luna e le stelle, nella tana del brigante e in quell’altra tana che era la chiesina nascosta in mezzo alle case.

Sì, aveva capito anche lei che erano prigionieri di una rete immensa e invisibile.  Proprio come i pesci finiti nelle reti a strascico.  Pesci che si dibattono, continuano a dibattersi, ma il loro destino è quello, non c’è niente da fare. Così era anche per loro, che pure si erano sbattuti alla morte, avevano combinato casini all’infinito …

Said aveva attraversato migliaia di chilometri, attraversato il mare, e adesso era lì, buttato sull’erba, un corpo che si dibatteva in rantoli di rabbia impotente, ma in fondo ormai rassegnato ad essere preso dal primo che passava e ad essere infilato in una cassa, con tutto ciò per cui si era tanto battuto.   Che non erano i soldi e le pistole, ma i suoi sogni e il loro futuro.

Ma proprio perché aveva capito, lei si ribellava con una rabbia che  non era mai stata così grande e così cupa.

 

 

Ma qualche motivo di speranza, anche al di là dei romanzi, arriva comunque se, come cerco di fare sempre, si esercita la fantasia partendo dalla realtà della vita, individuale e non solo. Una dimensione che fa dire e agire, ad esempio, così…

 

Alla mia età non dovrei pensarci troppo, anche perché la vita ti scarica addosso quello che vuole lei. Qualche volta, però, mi viene voglia di sfidarlo, questo futuro, e di andarlo a scoprire nonostante tutto e tutti. Come voler sfidare il mare con una barchetta fregandosene dei venti contrari. Colombo, in fondo, era un testone con tre bagnarole in mezzo a un oceano sconosciuto… 

… Qualcosa avrebbe dovuto cambiare se il mondo non voleva continuare a galoppare verso la catastrofe.   Così aveva cominciato a scrivere favole …. Le favole sarebbero state il suo testamento e, soprattutto, il suo contributo, ancorché minimo, a un futuro che per essere meno sconsolante del presente richiedeva pulizia, onestà e fantasia …

Con un augurio sentito agli uomini di buona volontà di riuscire a contribuire a costruire  pulizia e onestà per quest’anno appena iniziato, anche grazie alla fantasia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   Un anno strano è una storia drammatica, in un contesto di particolare complessità, che ho narrato con stile realistico e animo appassionato, “inseguendo” Romy nelle sue gesta delinquenziali ma anche e soprattutto nel suo conflitto interno fra il modello criminale e i suoi bisogni più profondi, legati alle deprivazioni e alle violenze subite nell’infanzia e nella prima adolescenza. A tutto ciò sono connesse storie di adulti che si sono incrociate scattando attorno a lei come una trappola. Il groviglio verrà sciolto solo quando a scattare saranno, a sostegno dell’agire (spesso fuori dagli schemi) del magistrato Malavoglia, sinergie mosse dall’empatia e dal coraggio di persone, anche diversissime, animate da un comune senso di giustizia. Non a caso ho dedicato il romanzo A tutti coloro che, nei rispettivi ruoli o senza alcun ruolo formale, si spendono perché non ci siano ragazzi “predestinati” al male, cagionato o subito.

   Nell’insieme, Un anno strano è un romanzo d’azione e, nel contempo, giocato costantemente sul filo di emozioni anche profonde, con suggestioni e spunti di riflessione, in particolare, sul tema del passato, quasi un personaggio ulteriore della storia. Il passato che per un ragazzo può essere, pur breve, una pesante zavorra; ma che, peraltro, è un immenso fondale dal quale, se esplorato con lo scandaglio della memoria, della critica e dell’autocritica, possono emergere elementi decisivi per la comprensione del presente e la costruzione di un futuro migliore.

 

So ormai a memoria quanto sopra: la parte essenziale della scheda che metto a disposizione del pubblico in occasione delle presentazioni di Un anno strano. I lettori, almeno quelli (non pochissimi) che mi hanno scritto dopo aver letto il romanzo, hanno mostrato di aver ben compreso, di solito condividendolo, lo spirito che mi ha mosso alla scrittura (anche) di questo libro e, per l’appunto, i contenuti essenziali di esso. Lo stesso si può dire per chi ha finora recensito Un anno strano. Con un’eccezione, che mi crea dispiacere perché la recensione pubblicata sul n.2/2020 di Minorigiustizia (uscito quasi a fine 2020) è stata scritta da una persona che stimo ma che mi sembra aver compiuto, pur nel quadro di un giudizio non privo di valutazioni positive, un errore di prospettiva. Errore che si è tradotto in valutazioni, rispettabilissime, che mi sembrano però poco fondate e tali da dare al lettore della rivista un’impressione sul libro sfalsata rispetto alla realtà. Per questo ho deciso di scriverne qui: non per “drammatizzare” (?), ma perché chi visita il sito possa avere contezza e giudicare autonomamente. Motivo in più per comprare il romanzo, se non già fatto…

Il recensore, che non nomino per evitare personalizzazioni, attribuisce un rilievo centrale nel romanzo («Emerge poi soprattutto…») al «quadro di debolezza del sistema della giustizia minorile e più in generale della rete pubblica a protezione dei minorenni». La solitudine di Malavoglia sarebbe il segno delle difficoltà operative delle pubbliche autorità: infatti «I servizi sociali non si vedono mai. I colleghi magistrati sono scarsamente motivati, poco competenti» e interessati a tutt’altro (viene richiamato il capitolo Copioni). Avrei, peraltro, rappresentato anche «gli anticorpi alla crisi del sistema»; contesto nel quale viene citato Malavoglia, che però, sempre a giudizio del recensore, ci mette sì, come altri, empatia e creatività, ma «talvolta appare eccessivo nella sua creatività».

Al recensore, infine, non è andato giù il racconto “Tiberio” (corpus extraneus), ma questo è un altro discorso, che lascio alla fine.

A questo punto voglio, anzi devo (per rispetto nei confronti del lettore), essere ben chiaro, anche come ex magistrato che ha operato a lungo nel minorile: il focus del romanzo non riguarda affatto “il sistema della giustizia minorile” e  “la rete pubblica a protezione dei minorenni”. Ciò, in un’opera con le caratteristiche già richiamate, costituisce solo uno sfondo, connotato dalle denominazioni e localizzazioni di fantasia presenti già in Messa alla prova. Sempre senza assurgere ad alcuna centralità, l’apparato istituzionale (giustizia e carcere minorile; servizi) era più presente in quel primo romanzo, con i suoi aspetti funzionali e di elasticità o disfunzionali e di rigidità; questi ultimi legati, oltre che a progettualità dall’alto e di facciata, soprattutto a talune persone (il presidente Clementini, la giudice Facelli…), a differenza di altre quali la giudice Veneziani, i giudici onorari Martigny e Leotta, l’assistente sociale Barbieri, la psicologa Possenti…

Sembra essere sfuggito a questo recensore di Un anno strano (pur attento, anche a certi particolari) un aspetto di fondo: Romy brucia fino in fondo, sempre più rapidamente e disperatamente, le tappe della sua “diversità” e con ciò riesce purtroppo a rendere inefficace, per lei, l’agire istituzionale ordinario (così come il padre, entrando nella banda di Francis, contesto in cui Romy era cresciuta, aveva reso la figlia “invisibile”). Malavoglia chiede e ottiene misure cautelari, chiede e ottiene la condanna di Romy a tre anni e mezzo di carcere, chiede e ottiene la decadenza del padre della ragazza dalla responsabilità genitoriale… I giudici ci sono, in questi passaggi procedurali, e c’è anche un dialogo di Malavoglia con Ilaria Castagno, titolare della procedura riguardante il padre della minore e considerata dal suo collega una brava giudice. Così come ci sono gli operatori sociali, in occasione di udienze e interrogatori, e c’è anche la già citata psicologa Possenti, che ha con Malavoglia (pp. 106-107) un significativo scambio di battute. Peccato che Romy, fino alla svolta che maturerà nella parte finale del romanzo, rifiuti “agganci”, sostegni e garanzie perché ha in testa ben altro, che la spinge, piuttosto, a cercare talvolta di “trattare” direttamente con il p.m.

Scrivere, poi, che «I colleghi magistrati sono scarsamente motivati, poco competenti, interessati al piano ferie e alla carriera più che a discutere del merito dei casi” travisa, enfatizzandone e generalizzandone la portata, un passo del capitolo Copioni che nel testo del romanzo occupa circa tre pagine (dal fondo di p.24 a quello di p.27) a fronte delle circa 250 di esso.

In tale passo si parla di una riunione d’ufficio che tocca dirigere a Malavoglia, sostituto procuratore anziano, in assenza del procuratore. Le riunioni d’ufficio (tanto più di un ufficio requirente come la procura della Repubblica) di norma non vengono fatte, come intuibile, per discutere del merito di singoli casi bensì di questioni organizzative o interpretative di interesse comune. Su tale sfondo ho descritto alcune dinamiche interpersonali riguardanti Malavoglia e gli altri sostituti e il passo, che ha un tono ironico, è stato scritto soprattutto come momento d’intermezzo e alleggerimento fra i passi precedenti e successivi, segnati da fatti e tensioni ben maggiori. Il lettore ha così la percezione del possibile intersecarsi di “copioni” esistenziali dove si mescolano la routine (anche quella di una riunione d’ufficio, dove si parla anche del piano ferie) e drammi più o meno preventivabili. Il brano, quindi, andava/va letto nella sequenza narrativa e logica su cui è imperniato il capitolo Copioni, ancora nella parte iniziale del romanzo (si tratta del terzo capitolo, su ventiquattro).

Con ciò, spero chiarito che non è stata “la crisi del sistema” ad ispirarmi l’idea e i contenuti di Un anno strano, quanto agli «anticorpi alla crisi del sistema» resta da dire, più semplicemente, che pur in una situazione grave come quella di Romy possono esservi chances di recupero se c’è gente disposta ad andare a fondo, anche nel passato altrui e financo proprio e anche assumendosi dei rischi, e se si creano giuste sinergie, all’interno e all’esterno delle istituzioni. Su questo terreno, peraltro, secondo il recensore c’è, come già accennato, il problema degli eccessi di “creatività” di Malavoglia. Vengono citati quali esempi comportamenti (descritti nei capitoli Ponte rio morto e Domenica d’agosto) che il sottoscritto ritiene, invece, positivi in quanto coerenti con ciò che è alla base del romanzo e ho sintetizzato nella scheda su di esso. Sono, ovviamente, valutazioni opinabili. A me importa chiarire, comunque, che non ho voluto fare alcuna “lezione sugli anticorpi” ma raccontare una storia di fantasia con un succo credibile, perché non galleggiava sulle nuvole ma prendeva le mosse dal magma della realtà, e con suggestioni auspicabilmente utili come stimolo alla riflessione.

Forse il fatto che la recensione fosse destinata alla pubblicazione sulla rivista promossa, in collaborazione con l’editore FrancoAngeli, dall’Associazione italiana dei magistrati minorili e per la famiglia ha fatto sì che la visuale del recensore privilegiasse in qualche modo le questioni legate agli apparati istituzionali, senza considerare adeguatamente che la sostanza del romanzo verte su altro (ad esempio anche sul rapporto fra Romy e il padre, figura presente fin dal primo capitolo e il cui rilievo avrebbe forse meritato qualche cenno più approfondito).

Per chiudere su questo argomento: nella presentazione on line del 14 dicembre 2020 mi è venuto spontaneo, soprattutto come lettore e comunque non per insensati confronti “autoriali” con Gianrico Carofiglio, segnalare che in diversi dei suoi romanzi vi sono ambientazioni e vicende giudiziarie spesso tutt’altro che lusinghiere per il “sistema”. Senza che alcuno metta in dubbio, mi sembra, che in tali romanzi ciò che conta davvero, tanto per l’autore quanto per i suoi lettori, non sia l’approfondimento dell’analisi critica di esso; che funge, piuttosto, da sfondo e occasione di vicende umane complesse, spesso drammatiche, dove la concatenazione dei fatti, la psicologia delle persone, l’incidenza (non di rado) del caso, ecc… assumono un rilievo narrativamente ben maggiore. Come logico, trattandosi della storia su cui s’impernia un romanzo.

Avviandomi alla conclusione: come già accennato, il racconto intitolato Tiberio è stato ritenuto dal recensore un corpus extraneus. Nulla da eccepire, ovviamente, alla libera valutazione altrui, se non fosse che questa mi appare ancora frutto d’incomprensione (di ciò che, per vero, mi sembra essere stato, invece, ben inteso da chi altri ha letto il romanzo, l’ha valutato ˗ anche premiandone l’autore in un concorso letterario nazionale intitolato a Vittorio Alfieri ˗ e l’ha recensito). Lo dico anche in base a un indizio “testuale”: le parole con cui si chiude la recensione. Secondo chi l’ha scritta, io sarei stato consapevole di quella estraneità e, giocando d’anticipo rispetto alla critica, avrei, subito dopo la conclusione del racconto, messo a bella posta una certa domanda in bocca ad Elettra, la compagna del magistrato. Giusto per provocare la risposta di Malavoglia-Tomaselli (testuale), che avrebbe così ˗ a questo punto lo dico effettivamente con parole mie ˗ cercato di salvare capra e cavoli.

Cerco di non farla troppo lunga (andate direttamente alle fonti comprando il libro…), ma devo pur essere chiaro con chi leggesse queste note. Malavoglia, durante un viaggio in treno con la sua compagna, ha riletto un suo racconto giovanile. Elettra ha più motivi, del tutto naturali, per incuriosirsi. Malavoglia (che non è Ennio Tomaselli) dà una risposta articolata e c’è un sia pur breve dialogo (il passo occupa un po’ più di mezza pagina –v. pp. 84-85).

Ho sicuramente voluto incuriosire il lettore, ma non si trattava di un giochetto letterario più o meno astuto, di una sorta di piccolo “effetto speciale”, bensì di un momento di quell’attraversamento del passato che è uno dei fili conduttori del romanzo (bello o brutto che sia). Passato, memoria e testimonianza sono termini collegati, tutti rilevanti, e in tale contesto quel presunto “corpo estraneo” aveva e ha una sua funzione. Mi spiace che ciò non sia stato compreso, in particolare da una persona che conosco e stimo, mentre è stato ben inteso anche da persone meno titolate. Il fatto è che non è per nulla facile fare una buona recensione di un romanzo. Mi ci sono cimentato anch’io, qualche volta. Occorrono soprattutto comprensione approfondita del testo, corretta metodologia di lavoro e prudenza di giudizio. E non è detto che bastino.

 

Sospeso. Forse è la parola più adatta per indicare lo stato delle cose prevalente in questo periodo. Sospesi gli appuntamenti, sospesi incontri e manifestazioni, sospesi programmi individuali e collettivi.

Siamo tutti costantemente in attesa di un evento che sblocchi, che dia una direzione chiara e possibilmente nuova. Ma quale evento e verso dove? Verso là dove eravamo prima che un invisibile virus segnasse un muro divisorio, invisibile anch’esso ma invalicabile, tra il prima e il dopo? Non sappiamo rispondere, anche se, forse, un approdo già conosciuto ci tranquillizzerebbe.

Il lavoro è spesso svolto a casa, i negozi consegnano a domicilio, a casa i ragazzi aprono stancamente i loro devices, fino a ieri tanto amati, per fare scuola o, meglio, subirla …

Si muovono critiche alla didattica a distanza, soluzione emergenziale e non gradita perché i più scoprono, sembra solo oggi, che a scuola “in presenza” ci andavano volentieri e dichiarano apertamente, forse per la prima volta, che ci si sta volentieri, soprattutto perché si hanno relazioni. Con i compagni, con gli amori appena sbocciati, perfino con gli insegnanti.

Tutt’altro che sospese invece le lamentele: le attività commerciali e imprenditoriali in grave perdita, il settore turistico alberghiero e quello della ristorazione in caduta verticale di profitti. Non sanno quale domani immaginare, quale prospettiva e in quali tempi, non sanno cioè nemmeno che cosa attendere. Purtroppo non si sentono lamentele altrettanto vivaci da parte del pubblico delle biblioteche, praticamente inagibili da moltissimi mesi e flebili voci si levano anche per i musei inesorabilmente chiusi; rammarico per i cinema e i teatri, ma soprattutto e giustamente da parte dei lavoratori che si trovano ulteriormente precarizzati in una situazione già difficile.

I dialoghi, le discussioni e le spiegazioni affidate al web sembrano fotografare la realtà in una sorta di screenshot del mondo e dei suoi problemi.

Anche di libri si parla: come sempre sulla carta stampata dei giornali, ma soprattutto on line, con seminari e dibattiti. Servirà a far leggere di più? Il libro e le sue parole continuano a veicolare i pensieri, i dubbi, i sogni?  Purtroppo pare che, nonostante le chiusure in casa più o meno rigorose, in questi mesi si siano acquistati meno libri. Ciò non vuol dire che si sia letto di meno, magari è stato scoperto o riscoperto qualche libro già sugli scaffali o ci si è affidati maggiormente ai formati elettronici. In effetti le parole possono risuonare anche grazie agli algoritmi …

Già iniziano a fiorire esperienze letterarie su questi tempi e su questi giorni, ma le classifiche di vendita sembrano però privilegiare narrazioni senza tempo, scenari del passato, realtà distopiche (se ancora tali…) apparentemente poco accattivanti.

Oggi, poi, meno che mai si sa se la letteratura debba ancora rispondere al famoso dettato di Sartre secondo il quale “parlare è agire sulla realtà e io devo parlare soltanto pensando di cambiare”.  E dire che cose da cambiare, anche attraverso la parola, in effetti ce ne sarebbero parecchie, proprio in una realtà che viene vissuta e narrata in termini fortemente polarizzati. Come rispetto al virus, o si è positivi o si è negativi, o si è catastrofisti o negazionisti, o complottisti o sudditi ignavi, o no vax o propugnatori di qualsivoglia vaccino per chiunque. I dibattiti moltiplicati all’infinito non fanno che ribadire questa dinamica, schierando esperti su posizioni opposte e contrapponendoli perché anche il pubblico possa prendere posizione. C’è chi afferma e chi nega, chi distingue e analizza, chi invece semplifica fino alla superficialità, voluta o no, della comunicazione. La scienza, oggi, è ben lungi dall’essere considerata dal grande pubblico oggettiva e soprattutto neutrale. E se porre dubbi è il fondamento principale non solo del metodo scientifico ma anche dell’argomentazione filosofica, non sono veri dubbi quelli che vengono avanzati, ma prese di posizione ciascuna con i propri guru e i propri fan.

Ovviamente, come ci raccontano tutte le opere letterarie legate, nei secoli, alle epidemie, queste contrapposizioni ci sono sempre state in occasioni simili, frutto anche di massicci meccanismi difensivi e di carenze culturali spesso sottovalutate. La grande consolazione del Bene e del Male che si fronteggiano a duello.

Anch’io, ovviamente, sono immerso in questa atmosfera. Ma penso spesso anche ai personaggi dei miei libri o dei miei racconti (sì, in quest’anno strano ho iniziato a cimentarmi anche nel racconto breve). Anche loro sono “sospesi” in questo periodo in cui non si possono fare presentazioni, ma cercherò di dare loro anche una voce digitale. Li farò parlare affidando al web, attraverso di me, la loro voce e il loro messaggio.

Una cosa certa, che emerge chiaramente, è che nel mio mondo narrativo, pur piccolo, non c’è una partita di boxe tra Bene e Male. O meglio: forse la partita c’è, ma è di squadra e i giocatori non giocano sempre nella stessa parte del campo, i loro cambi di posizione a volte sono impercettibili, ma ci sono. Insomma, come ho scritto nella dedica di Un anno strano, non penso che si debba soggiacere alla logica dei due poli, positivo e negativo, dei “predestinati al male cagionato o subito”; e ciò tanto che la predisposizione sia genetica (?), per carattere, per immutabilità del gioco di ruolo. Quest’ultimo, del resto, è scelto spesso da altri per noi e quando, poi, si parla di ragazzi i giochi sono tutt’altro che fatti. Pur se va detto che la logica oggi prevalente non è certo questa.

Da studenti ci facevano analizzare fino allo sfinimento il verso dantesco “liberi soggiacete al volere dei cieli”. Anche il padre Dante (è il suo anno, no?) sottolineava la libertà, innanzi tutto. Libertà di credere nel cambiamento possibile e nella non ineluttabilità del negativo; cioè, in sostanza, nel libero arbitrio che consentiva a lui, per esempio, di fare con la sua opera “come il vento che le più alte cime percuote”.

Certo, innanzi tutto bisognerebbe, in ogni ambito della propria vita, sentirsi pienamente liberi. Cosa ardua nei nostri giorni sospesi, in cui secondo alcuni anche le libertà sono state sospese. Le abitudini certamente, ma non confondiamo e sovrapponiamo le disposizioni per evitare gli assembramenti, nella vita sociale e familiare, con la perdita di libertà. Vorrebbe dire che finora abbiamo percepito una dimensione di libertà ben limitata, legata al fare e al non fare. A un polo positivo e a un polo negativo. Ma, come dicevano i filosofi, prima di tutto libertà è essere, non fare.

Per fortuna, liberamente, siamo ancora capaci di creare, esprimerci, criticare, sognare. E non sarà un polo negativo o positivo a dare dei limiti alla nostra possibilità di cambiare.

 

https://www.youtube.com/watch?v=lDCC9s0uS_8&t=14s

 

Controllo. Sì, nella borsa dovrei aver messo tutto: la mia copia del libro e qualche appunto, la bottiglietta d’acqua, la mascherina di riserva ffp2, quella chirurgica e anche le cuffiette monouso per il microfono, di questi tempi mascherato pure lui. Ah, dimenticavo: il gel disinfettante per il viaggio… E dire che, fino a gennaio, quando uscivo di casa per presentare il primo romanzo bastava che ci fossero lui, qualche fotocopia della scheda e magari la bottiglietta d’acqua. Sembrano passati anni luce.

C’è sempre ˗ ovvio ˗ il piacevole senso d’avventura, per fortuna non solo intellettuale perché vai a parlare con persone in carne e ossa, per lo più sconosciute, ma i segni di questi giorni grevi ˗ e di quelli alle spalle, a marzo/aprile ˗ si sono insinuati nel bagaglio ormai da tempo, intrusi sempre più invadenti.

Per fortuna ho trovato, alle prime presentazioni di Un anno strano, tanto interesse che mi viene da chiamarlo grande calore (qualcuno era perfino entusiasta). Calore di chi ospitava la presentazione; dei lettori, potenziali o attuali, che avevano sfidato il clima plumbeo della pandemia e l’onere della previa iscrizione, causa posti distanziati e quindi limitati; di persone che si sono trovate in libreria o sul luogo dell’evento quasi per caso e sono state pronte ad ascoltare e farsi coinvolgere. Tutti, ovviamente ma non naturalmente, disponibili ad esserci o fermarsi pur bardati con mascherine e, in qualche caso, muniti di altri dispositivi di protezione. Penso che tutto ciò esprima anzitutto il bisogno di vita normale; e nel contempo pure la disponibilità, anche in rapporto a qualcosa di non particolarmente rilevante come l’“opera seconda” di un ex magistrato riconvertitosi alla narrativa, ad adeguare alla contingenza gli usuali parametri di una vita normale, visto che questa è sospesa fra la nostalgia del prima e la latente angoscia del poi, per non parlare del peso del presente, della quotidianità.

Credo che i miei venticinque lettori, nel loro uscire da casa, abbiano portato con sé la cosa più importante: la speranza che, nonostante tutto, sia comunque da assecondare la voglia di interessarsi, farsi coinvolgere dai pensieri e dalle emozioni, discutere… Come se il bavaglio della mascherina li spingesse, metaforicamente, a non farsi imbavagliare e a parlare di più: non solo e non tanto nel senso di “alzare la voce” (anche se la mascherina costringe anche a questo, che è già una piccola fatica) ma soprattutto in quello di non tacere. Per testimoniare in concreto il bisogno e il desiderio di non farsi zittire, di non perdere le parole pur in questa situazione di pandemia che toglie il fiato non solo metaforicamente.

Quanto a Un anno strano, ho riscontrato ancora una volta, dopo l’esperienza di Messa alla prova, come un romanzo su certi temi “cambi” a seconda dell’ottica dei presentatori (“addetti ai lavori” o meno), delle loro esperienze anche come lettori, del pubblico, dei giudizi di chi ha già letto il romanzo e delle aspettative di chi ne è incuriosito. E via dicendo, perché, come normale, ciascuno proietta i propri modelli, le proprie esperienze, forse anche qualche pre-giudizio, in positivo o negativo, sull’autore …

Comunque le vicende di Romy, Malavoglia, Francis, ecc…  e i “messaggi” (uso questo termine per sintetizzare) del romanzo non sembrano lasciare indifferente chi si è accostato a tutto ciò. Un libro che non può lasciare indifferenti è, infatti, l’esplicito, cruciale, giudizio di una persona che mi ha scritto nei giorni scorsi e che ho ringraziato di cuore. In effetti l’intreccio dei fatti e dei personaggi del romanzo suscita reazioni vitali e perfino vivaci, come se quei personaggi, usciti dalle pagine, fossero divenuti essi stessi partecipi del dibattito e in qualche modo compagni di viaggio non solo per l’autore (con cui convivono da tempo) ma anche per i lettori. E anche un piccolo surplus di vitalità (potete cogliere l’atmosfera delle presentazioni nel videoclip, il cui link si trova sotto il titolo) è già qualcosa, di questi tempi.

Mi rende contento, in particolare, il fatto che tutti, comunque, abbiano individuato il filo della speranza che percorre le pagine del libro, anche se spesso sotterraneamente. Non è certo una speranza facile, che si smercia e si compra a buon prezzo, e certi fatti e alcuni personaggi parrebbero fatti apposta per soffocarla. Ma essa è il “fiato” del romanzo: resiste, anima, rianima. E nella realtà della vita la speranza dovrebbe spingere ciascuno di noi a impegnarsi sempre di più, avvertendo la responsabilità, come da proverbio africano citato a fine testo, “per gli occhi che abbiamo incontrato”. Lo hanno compreso i lettori, i presentatori e anche i giurati del concorso letterario astigiano intitolato a Vittorio Alfieri, che nella motivazione del (primo) premio hanno scritto fra l’altro “… Tutto il romanzo, tra vari drammi e imprevisti, ha il sapore della ricerca di una nuova speranza per il futuro… e diventa in qualche modo istruttivo per chi, come tanti di noi, non ha a che fare con questa tragica realtà”. Non è proprio il principio speranza su cui alcuni filosofi hanno scritto trattati, ma per me, per il filo del mio raccontare, non è nemmeno un sentimento generico, una scialuppa di salvataggio in cui ci si butta a occhi chiusi. Ѐ una scelta personale, ma che dovrebbe rientrare in un gioco di squadra svolto dalla collettività per affrontare adeguatamente le difficoltà di oggi e di sempre. Anche i personaggi del romanzo che riescono ad arrivare fino in fondo (a quell’oggi più consapevole che è indispensabile premessa di un domani migliore) “la pensano” così, pur se a spingerli sono anzitutto le emozioni.

Nella realtà di questo periodo così difficile ci siamo imbattuti in esempi di uomini e donne di vera speranza, che si sono rimboccati le maniche e non hanno “delegato”. Abbiamo visto quanto costa sperare operando per garantire ascolto, empatia ed efficienza; facendosi, magari, criticare per aver deviato da sentieri più frequentati. Abbiamo, però, incontrato anche maschere di finta disponibilità, che coprivano superficialità, ambizione, mancate assunzioni di responsabilità. Maschere ideologiche e politiche ma anche le maschere delle fake news, quelle degli eventi negazionisti o delle comunicazioni fuorvianti di esperti, pseudo-esperti e sedicenti esperti. Maschere che nulla hanno a che fare con le mascherine con cui difendiamo i nostri respiri e gli sforzi del nostro comunicare.

Ebbene, spero proprio che i personaggi di Un anno strano possano aiutare in questa riflessione. Aiutare ad avere il coraggio di essere autentici, di togliersi la maschera, istituzionale o personale, per essere se stessi: forse uomini e donne fragili, in mascherina, ma non disposti a nascondere dietro qualche maschera il proprio potenziale di umanità volto a cercare di cambiare quanto si può ed è nella sfera delle nostre responsabilità.

 

 

Spiaggia al mattino. Al primo colpo d’occhio tutto sembra, più o meno, come sempre.

Bambini che giocano con paletta e secchiello sotto l’ombrellone; signore distese sul lettino, anche se il sole è ancora un po’ incerto tra le nuvole, si muovono solo per rinnovare la crema solare e riprendere la postazione; altre signore, meno giovani, sono in acqua ma stanno ferme, dove si tocca ancora o appena appena, disposte a cerchio, e commentano i fatti del giorno. Invero non sono, propriamente, i fatti del giorno. O, meglio, ci sono anche quelli, ma solitamente l’argomento principale varia con il calendario. All’inizio delle vacanze argomento prioritario è il commento sui familiari, con particolare predilezione per le nuore; poi si passa alle discettazioni sulle ricette di cucina, nelle infinite varianti possibili; infine, ma rigorosamente dopo Ferragosto, si incomincia a parlare di scuola, di impegni, di meriti -ma più spesso demeriti- degli insegnanti. Gli uomini, invece, stanno solitamente sulla riva, parlando di calcio, delle cene gustate nei locali dei dintorni, ecc…; oppure, in un certo numero, sono incollati al cellulare, intenti a dare disposizioni in ufficio o a trattare (piuttosto spesso) questioni legali di varia natura, in costume da bagno ma con tono compreso come in ufficio.

Nell’estate Covid, se non fosse per gli ombrelloni volenterosamente distanziati dai bagnini, per i gel detergenti disposti all’ingresso come soldatini all’attacco, per qualche mascherina più meno vezzosa appesa (o dimenticata?) ad una sdraio, lui, il SARS CO V2, sembrerebbe essere innominato e innominabile.

In realtà è fin troppo presente, proprio in questa rimozione collettiva che vive nei piccoli e grandi assembramenti, sull’arenile come nelle grigliate fatidiche e sciagurate che fanno poi parlare di cluster e paventare zone rosse. Questa è l’estate in cui solo pochi mesi fa non credevamo o non speravamo, ma in cui ora si fa di tutto per sentirsi come sempre, forse cercando in questo modo di non pensare al settembre imminente, alla scuola che riapre (?) e ai problemi dell’economia.

Il termometro scanner che in ogni dove ci misura la temperatura non riesce, però, a mettere bene a fuoco gli umori dei vacanzieri, mai come quest’anno ben radicati e anche fermi, incollati, su convinzioni condivise, almeno a gruppi, come nel caso delle posizioni “negazioniste”, che anche in Italia hanno trovato i loro sponsor e sostenitori. Questo posizionamento su barricate contrapposte è da sempre una caratteristica dei momenti di crisi, a cui oggi possono aggiungersi nuove argomentazioni.

Così, nel ribollire dei risentimenti nuovi e di sempre, sul giornale di oggi si racconta di un padre italiano che su un noto lido ha preso a pugni un ragazzo di colore, peraltro italianissimo, con il tono del giustiziere “perché venite qui a violentare le nostre bambine!”. Ma con civica soddisfazione leggiamo anche del figlio, bambino, di questo signore, che ha cercato di fermare il padre e i di lui sodali comprendendone i timori inconfessati e dicendo: “papà, basta, qui c’è posto per tutti, non devi temere, ci possiamo stare tutti!”. Ovviamente ci siamo chiesti se la saggezza del figlio sia merito della madre o dell’educazione esterna alla famiglia, magari persino della scuola…

Già, la scuola: anche quest’anno, tra didattica a distanza, nevrosi da connessione internet ballerina e contesa con lo smart working domestico, è riuscita comunque a instillare nei giovani un richiamo estivo con i fatidici compiti delle vacanze, da ritrasmettere on line, da caricare su piattaforma o semplicemente da portare al rientro. Non senza suscitare diatribe: se davvero debbano essere fatti o “balzati” sperando in un rientro più centrato sulla relazione che non sulla didattica…

Anche su questo, sulla mia spiaggia, un interessante duetto: madre insegnante, figlio adolescente rattristato dall’idea di “chiudersi oggi a fare i compiti” ma convinto della necessità di farli. La madre non invoglia il figlio ai compiti (che in francese sono anche linguisticamente associati ai doveri “les devoirs”), ma anzi gli suggerisce la rivendicazione di un nuovo diritto: “Tu hai avuto un ottimo credito e una buona media, i compiti li fanno gli altri, quelli scarsi. Se no, per cosa si è bravi a fare se non c’è qualche vantaggio? Svegliati, pensa che dalla scuola comincia la difesa dei propri diritti…” Però si sente rispondere: “Ma allora tu fai queste preferenze a scuola? Allora per te essere bravo significa sentirsi superiori e fregarsene?” Risposta forse incompleta sul piano argomentativo ma promettente sul piano civico, anche se rivelatrice di delusione e voglia di riscatto.

Proprio mentre sfoglio le pagine del mio Un anno strano per parlarne con qualche coraggioso lettore del posto o bagnante, un altro dialogo sul bagnasciuga attira la mia attenzione. Questa volta la partecipazione e i commenti sono corali, persino le signore ferme in mare sono uscite per dire la loro.

Si commenta una rissa svoltasi sulla passeggiata a mare la sera precedente, una rissa tra giovani non del posto, finita con sfogo violento di rabbia, botte da orbi e atti vandalici prima dell’intervento dei carabinieri. “Si ha un bel dire, ma quando si è così da ragazzi, non si cambia poi più. Questi ne avevano già combinate tante a casa loro, sono venuti qui a rovinare le panchine, a sfondare i vetri dei locali, perché sono già marci. Però quando sono ragazzi la giustizia non fa niente di niente, dicono che devono crescere, che cambieranno”. “No, quando sono così non cambiano più, è inutile sperarci, spendendo soldi e mandandoli a guardare i vecchietti o a fare il servizio civile. Galera e galera, solo questo. Bisogna avere il coraggio di dirlo, sono diversi e sono già malati dentro…” – “Una volta non si perdeva tempo a parlarne. Poi si dice, ma anche qualche botta a caldo ben data gli faceva passare la voglia un’altra volta” – “Tanto è inutile, perché la giustizia dei ragazzi non esiste, solo parole e tanti soldi persi”.

Amaro ammetterlo, ma il contesto è tale che mi sembra inutile cercare di inserirsi in questo fiotto rassicurante di sentenze già passate in giudicato. Accennare, in costume da bagno, qualcosa in controtendenza non potrebbe che risultare incomprensibile o fonte d’ironia, come se l’intruso puntasse, in realtà, solo a “vendere” e per giunta al pubblico sbagliato. Riguardo il mio libro e penso alle presentazioni che (finalmente!) inizierò a fare più o meno a breve. Forse, nel pubblico, ci sarà anche chi la pensa così … Le solite sfide, comunque da affrontare. Ne vale la pena.

Guardando attorno, mi accorgo che i ragazzi più giovani della spiaggia hanno preferito, dopo le prime battute del discorso, allontanarsi e andare a sedersi all’ombra, qualcuno perfino a fare i famosi compiti. Andrea, un ragazzino che aiuta gli altri più piccoli appunto a fare i compiti, forse per arrotondare la paghetta o forse per avere ascendente su di loro, sta dicendo: “Non vedo l’ora di andare a scuola, in presenza. Quante belle discussioni possiamo fare e chiarirci le idee, altrimenti c’è il rischio di appiccicarsele e non cambiare più…”

Ormai il sole è alto, comincia anche il caldo e scelgo di allontanarmi. In fondo, questa mattina posso essere anche contento: tra un discorso e l’altro, ho visto già farsi largo parecchi raggi di sole che l’hanno spuntata sulle nuvole. Sarà una bella giornata.

 

 

 

Un anno strano,  da una recensione di  Ornella Pozzi

“Un anno strano è un romanzo di impianto realistico, dove lo scrittore riflette sulla sua esperienza umana e di magistrato e dove però tutto è trasfigurato da una grande capacità immaginativa.”

“Uno degli aspetti avvincenti dell’opera è che la vicenda è presentata essenzialmente attraverso il punto di vista dei personaggi…sentimenti, emozioni, stati d’animo, non sono mai descritti dall’esterno ma “rappresentati” dal di dentro, come se ci trovassimo a teatro e i personaggi ci parlassero direttamente…”

“Il passato, storico e soggettivo, si configura nel romanzo come una sorta di terzo protagonista, tanto che tutti i personaggi si trovano in qualche modo a dover fare i conti con esso, i giovani come gli adulti… Il passato si concretizza come chiave di lettura del presente” 

“Questo romanzo, come spesso accade nella fiction, illumina una realtà più vera di quella reale…”

 

                 

                             

                                   Un anno strano, secondo la recensione   di un giovane influencer torinese, Frechibuc: 

 https://www.youtube.com/watch?v=LZY4BdrUOFg&t=4s

 

Videoclip di presentazione della novità : https://youtu.be/RqpvAcuxbXs

Ecco, ci siamo! Finalmente ho potuto toccare con mano il mio nuovo romanzo, fresco di stampa. Nell’imminenza di Pasqua, come una sorpresa impaziente di uscire dall’uovo. Si intitola Un anno strano…. Qualcuno ha parlato di titolo profetico, ma le profezie, meno che mai di sventure, non c’entrano.

Ci sarà tempo per discorsi più approfonditi. Ora cerco di rispondere a qualche curiosità emersa parlando del libro con amici e conoscenti.

La prima: che collegamento c’è tra il titolo e l’immagine, in copertina, della ragazza nel bosco avvolto dalla nebbia?

Tutti noi stiamo sperimentando che questo 2020 è un annus horribilis, molto più che strano, ma “strane” sono diventate molte nostre abitudini, anche le più quotidiane: ci si lava le mani con frequenza e modalità che un ignaro psicologo valuterebbe, in astratto, un po’ ossessive, si va a fare la spesa o a comprare il giornale pensando a sortite rischiose per la propria incolumità. Ci sono momenti o situazioni in cui la normalità diventa o fermarsi e nascondersi o fuggire da qualcosa, da qualcuno, che sia un virus o una nostra paura.

Nel mio romanzo a fuggire, spesso, è la protagonista, un’adolescente da sempre alla ricerca di compensazioni per il suo enorme vuoto affettivo. Le compensazioni, non solo negli adolescenti, inducono il bisogno di assumere identità forti – o comunque considerate tali – e la nostra protagonista si è trovata costretta a scegliere l’identità di “dura”, di ragazza bandita, ma non in bande di ragazzini (anche se compaiono, qua e là, anche loro) bensì di adulti.

Ciò che vivrà Romy (si chiama così: Romina, detta Romy) attraversa sei mesi di un anno strano per lei, ma anche per quelli che la incontrano; un anno su cui il suo passato grava più che mai ma in cui, passando per infinite “prove” (e una moltitudine di contraddizioni, errori, ecc…), si schiuderà qualche spiraglio per un futuro diverso.

Anno strano potrebbe essere considerata, in fondo, la vita tutta; ma per Romy è anche l’anno di un’occasione di svolta, così come pensiamo anche noi in questo periodo. Una svolta possibile di umanizzazione, a patto di riuscire a dare un nome alle esperienze terribili del passato per riconoscerle, dominarle e renderle inoffensive o, addirittura, per tramutarle in motori di cambiamento per un nuovo futuro.

 Mai come quest’anno è Pasqua, ha detto giustamente qualcuno, e mai avevamo visto immagini straordinarie negli scenari più vari: dai medici e dagli infermieri eroi, nelle corsie come nelle trincee, alla basilica di S. Pietro e alla stessa piazza buie e vuote. O quasi. Ed è da un quasi che – nel romanzo e, spero, anche nella vita – scatterà la molla per uscire dall’angolo, per fare di quell’ultimo appiglio la base della ripartenza. Dipende dal Covid ma soprattutto da noi. Nel loro piccolo, certe figure del mio romanzo pensano lo stesso.

Seconda curiosità: ci sono altri personaggi?

Sì, certamente, ci sono altri personaggi che gravitano intorno a Romy e alla sua vicenda: magistrati anziani (soprattutto Malavoglia, anche se qualcuno tende a trattarlo da ancora più anziano o peggio, per emarginarlo) e altri molto giovani, avvocati, psicologi, agenti carcerari, cioè tutti gli addetti ai lavori, soprattutto nell’ambito giudiziario minorile. Ma ci sono anche strani personaggi del passato; un passato che ritorna, camuffato, nel presente, ed incombe anche sui giovani, come un’eredità nefasta da scrollarsi di dosso per poter esercitare, nel presente e nel futuro, scelte responsabili.  Ci sono naturalmente anche tanti ragazzi con le loro storie: storie di provincia e di quartieri urbani periferici e difficili, storie di viaggi dall’Africa, storie di persone semplici in una campagna semplice, che a volte riescono a fronteggiare la complessità del reale meglio degli esperti.  Per tutti loro l’anno strano è il loro stesso percorso di vita, con illusioni e delusioni, scelte a volte irresponsabili e dannose, a volte tenere e velleitarie, nell’alternanza tipica degli affetti della vita e dell’anno strano che ciascuno di noi attraversa vivendo.

Altra domanda: è nuovamente una storia minorile, dove si riflette ancora l’esperienza di lavoro di tanti anni?

Sicuramente è una storia minorile, ma gli orizzonti molto più vasti che riguardano i personaggi adulti la trasformano subito in una storia che riguarda e coinvolge tutti. Tutti abbiamo momenti e passaggi difficili nel nostro percorso e affrontarli in uno scambio di relazioni umane aiuta certamente a leggere le nostre storie, specie quando si collegano alla Storia con la S maiuscola, non come segnate una volta per tutte dal destino o dalla sorte di un certo momento e contesto di vita. Certamente si ritrovano nel libro discorsi, pensieri e vissuti emotivi che muovono dai miei anni in magistratura, ma l’anno strano riguarda, esistenzialmente e non solo professionalmente, l’esperienza di ciascuno di noi: di me autore come persona, innanzi tutto, e così per i lettori. Spero che essi riescano a cogliere tutte le metafore di questa “uscita dal bosco” della protagonista, dei comprimari e …. di noi stessi, che forse, prima, pensavamo di non esserci mai nemmeno entrati, in quel bosco.

Ѐ proprio vero ciò che dice il proverbio africano che ho voluto citare in calce al testo: Saremo sempre responsabili degli occhi che abbiamo incontrato. Spero davvero che questo libro accompagni tutti in un momento di ripresa e di speranza.

Buona lettura, quando sarà. Per intanto guardatevi il videoclip di presentazione!