Il cerchio più piccolo

 

 

Ecco la scheda del libro:

La storia “sbagliata” fra il magistrato Marcello e la giudice popolare Alessandra è l’occasione per  per proporre in una chiave particolarmente coinvolgente temi legati alla devianza minorile di ieri, alla criminalità di oggi e alla giustizia in nodi da sempre cruciali. L’appassionata e appassionante ricerca della verità, dentro e fuori le aule giudiziarie, da parte dei protagonisti comporterà costi altissimi perché le sfide saranno continue e anche cruente, in una spirale di complessità, esasperata dal caso, non risolvibile ˗ e spesso, anzi, incompresa ˗ dalla logica giuridica. Sfide comunque ineludibili e non necessariamente perdenti, anche quando disperate all’apparenza e non ortodosse nei metodi, purché si abbia il coraggio di penetrare a fondo nella realtà. Come fino al centro di una serie di cerchi concentrici, a quel cerchio più piccolo in cui è racchiusa l’essenza di tutto e da cui tutto può fuoriuscire. “Come lava in un’eruzione”, dice Marcello.

Dopo due romanzi ˗ Fronte Sud e Uno come tanti ˗ molto diversi ma accomunati dalla presenza di un figlio che si confronta con una figura paterna lontana e financo enigmatica, qui ho preso le mosse da una situazione più “normale”: una quotidianità complessa e molto impegnativa, quella di una Corte d’Assise, ma comunque scandita anche da ruoli ben distinti dei magistrati e dei giudici popolari.

La normalità, però, salta ben presto, sia nel rapporto fra il “togato” Marcello e l’irruente Alessandra che nell’aula della Corte, in cui una storia minorile sbuca da un lontano passato come un treno nella notte (Bruno Gambarotta, nella prefazione, ha incluso il treno fra i protagonisti), presentando il conto per una verità che non c’era stata e dalle cui ombre è scaturito, come in un incubo, un dilemma giudiziario nuovo eppure inestricabilmente connesso al vecchio, come nella saldatura di due cerchi concentrici.

Nel seguito della vicenda mi sono concentrato in particolare sulle emozioni dei protagonisti mentre si aggirano, parallelamente allo svolgersi del processo e in una sorta di clandestinità, in un labirinto nascosto dietro le apparenze della realtà e dei cui rischi prendono via via, sulla loro pelle, piena coscienza. Mentre i loro destini fluttuano come in un mare sotterraneo, in superficie il mondo continua a girare più o meno come sempre: indagini accidentate da parte di magistrati talvolta maldisposti di fronte a una complessità sgradita e imbarazzante; la lunga attesa dell’epilogo nel processo a carico dell’ex minore; cronache mediatiche spesso approssimative e disinvolte. Tutto ciò mentre la partita che più conta viene giocata sino alla fine sul filo di soprassalti e colpi di scena, in quello che Gambarotta ha definito «un campo di forze estremamente ricco, teso a disegnare un sistema di energie e tensioni interne, impulsi, desideri e resistenze. E amori».

Oltre alla fisica, c’è la geometria anomala dei cerchi che si stringono come sbarre o si allargano per lasciare, forse, vie di salvezza e riscatto. Concludo con Alessandra, a cui ho dedicato il rilievo che meritava come persona oltre che come personaggio: grazie soprattutto a lei dovrebbe emergere che in quel campo di forze c’è spazio perché la gente comune possa concorrere, anche nei modi più vari e talvolta impensabili, alla realizzazione, nonostante tutto, di una giustizia autentica.

 

 

 

 

 

Un costume da bagno e un paio di occhiali da nuoto appesi al gancio della doccia. Intorno le cabine, aperte come giocattoli smontabili, impilate le une sulle altre in attesa di essere portate via. Fine stagione su una spiaggia; quel costume e gli occhiali sono un’immagine simbolo delle giornate “lente” appena trascorse e fanno riemergere il vissuto di quelle ore, trascorse in una luce splendente dall’alba al tramonto. Giornate, però, in cui non si è riusciti, neanche da parte di chi ci si è messo d’impegno, ad accantonare i problemi del mondo: troppa la forza con cui hanno continuato a farsi sentire, anche se in un certo senso abbiamo abbassato il volume della risonanza dentro di noi.

Eppure anche i discorsi sotto gli ombrelloni sono stati in qualche caso, quest’anno, differenti. Soprattutto quelli legati ai racconti di vita, suscitati dagli echi degli avvenimenti, delle persone anziane. In essi sono affiorati episodi legati al tempo delle speranze alla fine della guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Ricordi talvolta un po’ confusi tra le pieghe della memoria, ma non di rado lineari e precisi come un testo di storia, con lo stesso filo rosso di collegamento: la testimonianza del “ci siamo già passati e momenti così non li vogliamo vedere più”.

Racconti di persone che hanno patito non solo per i pericoli e le privazioni ma anche per le persecuzioni dei vicini, o per aver preso posizioni di opposizione politica e di resistenza, a volte anche a costo di fratture familiari. Ma in quegli anni l’immagine della pace era all’orizzonte, con i colori di momenti possibili di felicità collettiva. Storie di ragazzi nati e cresciuti in campagna, abituati a nascondersi e a collaborare in modo più o meno consapevole con i partigiani, che intravvedevano con il desiderio, dietro le colline, il mare come simbolo di nuova libertà, un nuovo inizio, luogo di momenti possibili di spensieratezza. Sogni, a volte, bruscamente e amaramente infranti perché quel mare, icona di libertà, si era trasformato ben presto nel mare da solcare per cercare nuove terre dove vivere in modo meno stentato e con qualche speranza di una condizione migliore. Così la terra per la cui liberazione ci si era impegnati diventava una linea di orizzonte, con le sue lucine che scomparivano per lasciar posto non al mare dei giochi sperati, ma a quello minaccioso delle grandi onde che martellavano le fiancate della nave che portava lontano… E poi ancora racconti di nuove fughe frettolose per sfuggire a nuovi disordini, nuove lotte e nuove privazioni; e ancora difficoltà al ritorno in patria, non sempre così disponibile e ospitale per chi aveva tentato la fortuna altrove. Ricordi di vite avvolte come in un loop inesorabile, incapace di dischiudersi verso nuovi orizzonti di speranza. Vicende, per certi aspetti, ancora terribilmente attuali.

Nell’ascoltarle, nel riflettere, ho pensato che anche il mio scrivere si inserisce, consciamente e inconsciamente, in questo flusso di storie e in qualche modo le rappresenta. Sono tante e di vario segno le vicende narrate nei miei romanzi, ma credo che emergano sempre visibili venature di speranza, anche quando le storie sono drammatiche e hanno aspetti perfino tragici. La speranza della dignità di pochi, forse, che si ingegna e lotta per emergere, come nella quotidianità di ogni vicenda di difficoltà o conflitti. La fatica del cercare giustizia insieme, utilizzando reti di rapporti semplici, che tuttavia costruiscono tanti “noi” che si danno coraggio e anche forza nelle piccole e grandi battaglie della quotidianità

Proprio in questi ultimi giorni sembriamo, tuttavia, esserci fatti carico più esplicitamente della nostra umanità in letargo. Ciò si è espresso in manifestazioni variegate e partecipate, secondo alcuni analisti, come non capitava più dal secolo scorso. Come se, contandoci in tanti e in luoghi diversi del mondo, ci fossimo visti e riconosciuti come “globalizzati”, questa volta, non dall’indifferenza ma, anzi, dalla voglia di far vedere che ci siamo, indignati, consapevoli e determinati.

I filosofi della politica e i pensatori in genere continuano a ricordarci come la guerra sia ˗ amaro paradosso ˗ una scelta più “facile” perché risponde a meccanismi rozzi e dinamiche di contrapposizione e negazione insite nelle parti meno evolute, più “infantili”, dell’animo umano. Molto più complesso e “adulto” il pensiero che costruisce la pace.

Per questo è tempo di riprendere a navigare: la nostra umanità attende storie vissute, testimonianze raccontate, immagini pensate, rappresentate ed evocate. E per questo mi riavvicino anch’io alla mia tastiera del computer, perché le parole possano essere scritte come nuovo racconto di resilienza e di proposta. Sono sicuro che non sarà una navigazione solitaria: abbiamo visto come tante barche e perfino barchette, piccole e coraggiose, possano suscitare attenzione e mobilitare le opinioni pubbliche. E dunque riprendiamo tutti a navigare: una navigazione non fine a se stessa, ma perché il niente non diventi la cifra delle nostre giornate e delle nostre speranze.

Buona fortuna a questa Flotilla coraggiosa di variegata umanità.

 

 

 

Ecco un caleidoscopio con le immagini delle tante presentazioni, momenti di incontro vissuti grazie a Uno come tanti.

Davvero tante emozioni , in luoghi diversi, diversi scenari , diverse le persone. Uguale la gioia dell’incontro e il piacere di discutere insieme. Ma non è ancora finita….

                                                                            

 

 

 

 

 

Che cos’hanno in comune la fotografia che mostra un palco su cui avviene una premiazione, quella di un giardino su un lungomare in un tramonto nuvoloso e quella di uno squarcio di luce, tra nembi minacciosi, che sembra la foto iconica dello Sturm und Drang? Immagini oniriche, caleidoscopi di ricordi?

Piuttosto spunti di memoria di un recente viaggio in Calabria, a metà dicembre 2024.

“Accostò con l’auto in un punto della strada vicino al mare; che quel giorno era così grigio da sembrare il Mar del Nord…” (1)

Questa volta, però, non si tratta del viaggio di Fabrizio, protagonista 1 di Uno come tanti, in Calabria alla ricerca di Matteo  (il protagonista 2); viaggio compiuto, nel romanzo, proprio in quel periodo dell’anno perché così aveva immaginato l’autore, che ovviamente non poteva immaginare anche cosa gli avrebbe riservato, per quel romanzo, la realtà.

Fabrizio e Matteo, con gli altri personaggi che fanno vivere le pagine di Uno come tanti, sono un po’ la causa del mio viaggio come autore a metà dicembre.  Una causa molto gradita perché riguardava il conferimento del premio letterario “Città di Siderno” (alla sua XX edizione) e le fotografie si riferiscono proprio a momenti di quella bella giornata.

 

 

Oltre alla soddisfazione per il primo premio, accresciuta dall’accoglienza cordialissima e dall’apprezzamento dei componenti della giuria e degli organizzatori, c’è stata l’emozione di un contesto festoso che ruotava intorno alla scuola e ai libri.

Il luogo della premiazione, un grande istituto scolastico dove sono convenute, a discreta distanza dai viali del centro sfolgoranti di luci e con i locali affollati per le apericene, tantissime persone, pur in un sabato sera di metà dicembre dedicato dai più agli acquisti prenatalizi.

Un palco sul quale adolescenti motivati hanno dato conto pubblicamente, davanti a tanta gente, del loro impegno per letture utili a informarli sul passato e sul presente della loro terra nonché sulle storie di persone che in essa si sono spesi. Un istituto scolastico dove incontri un operatore contento di riordinare i locali, in un sabato sera all’ora di cena, perché c’era stato un evento davvero speciale…

In quei momenti ho percepito appieno l’importanza di essere lì, come se la mia presenza fosse un’ulteriore testimonianza, oltre alla scrittura, di sostegno a quanti cercano di costruire, al di là della difficoltà dei contesti, percorsi grazie ai quali sognare il futuro non significhi necessariamente, per i giovani, cercare un “altrove” dove andare a vivere e studiare e nemmeno adattarsi all’inesorabilità di rapporti centrati su equilibri consolidati tali da tagliarli fuori o marginalizzarli.

“Il mare era lì, l’amico e il nemico di sempre. Uno che ti ascolta, ma è capace, se gli dai troppa confidenza o non rispetti i suoi tempi e le sue regole, di prenderti anche la vita. Quella vita, nuova, che i migranti cercano anche a rischio di perdere tutto.” (2)

Soddisfazione anche per aver trovato tante persone che hanno affiancato e percorso le strade dei miei personaggi, comprendendoli e valorizzandoli, cioè facendoli propri nel loro messaggio di resilienza, di scelte, di impegno. Un viaggio ideale accanto a loro, compiuto con empatia anche rispetto all’autore, cosa questa non così frequente né, tantomeno, scontata.

 

“Mancava poco al tramonto e il mare non era, per l’appunto, dei migliori, spazzato da quel vento freddo e teso che non manca mai, per completare l’opera, in giornate così. Eppure non era certo impossibile che, da lì a poco o in piena notte, comparissero su quelle onde traditrici barche e barchini che avrebbero tentato comunque l’approdo.” (3)

Tempesta e inquietudine, ma anche sprazzi folgoranti di sole: il mio viaggio in Calabria è stato forse, seppur in forma e misura diverse rispetto ai protagonisti del romanzo, ancora un viaggio di formazione.

(1)  Uno come tanti, pag.245, cap. Fuochi nella notte

(2 e 3) Uno come tanti, pag.190, cap. Santa Lucia

Perché parlare ancora di “lui”?

 

“Uno come tanti è anche ciascuno di noi, chiamato a decidere se arrendersi o meno a ciò che viene dato per scontato, ma può essere frutto di arbitri, errori, ingiustizie. Una resistenza civile a cui, oggi come ieri, non ci si può sottrarre.”

 

 

Si concludeva così la scheda di presentazione del romanzo scritta questa primavera. Da allora sono trascorsi sei mesi e tanti eventi hanno connotato la storia e le nostre cronache personali. Hanno preso forma vari eventi legati al libro e sono emersi spunti di riflessione sempre nuovi: ciò anche grazie ai lettori e alla loro interazione, in varie forme, con le pagine del romanzo e l’autore.

Mi sono, tuttavia, interrogato sull’opportunità di dedicare al libro ulteriore spazio di riflessione comune.

In tempi come quelli che attraversiamo e abitiamo, che ci tengono continuamente in bilico come su una corda elastica ˗ una volta tirata verso il passato, con le sue immagini di guerre e orrori, e un’altra verso il presente-futuro, purtroppo così tristemente simile e minaccioso ˗, dedicare “troppo” tempo a un singolo libro potrebbe risolversi in una sorta di otium letterario.

Se, peraltro, oggi sono qui a scrivere, va da sé che ho deciso di proseguire questo cammino. Anzi con maggiore, se possibile, determinazione.

Il fulcro del libro, scrissi subito, è una storia di resistenza civile.  Nella narrazione c’è un filo rosso che è la ricerca di verità, da parte del giovane Fabrizio, del padre Matteo e di tutti coloro che in qualche modo affiancano il loro percorso, nel passato e nel presente, di disvelamento della verità legata a tante situazioni e a tante scelte. Attraverso il topos letterario della ricerca del padre, si costruisce, come in un mosaico, un racconto di resistenze. Del figlio, che nonostante più ragioni di dubbio e scoramento continua la sua ricerca, e del padre, legato a un’antica scelta “forte” che lo ha vincolato a una serie di scelte conseguenti, anche se incomprensibili rispetto al “comune buon senso” e alle aspettative degli altri, fondate su stereotipi rispetto al ruolo di magistrato, visto in modo più iconico che realistico.

“Uno come tanti” è sicuramente un racconto di scelte: tutti possono imbattersi in realtà difficili o momenti critici, ma il bivio è pur sempre quello che porta a scegliere di andare avanti nonostante tutto o di rinunciare. I due protagonisti, il giovane e il vecchio, scelgono sino alla fine ˗ tra dubbi, ostacoli e disavventure ˗ di diventare bersagli di incomprensioni e anche di violenza, ma scelgono anche il campo per cui spendersi. Che non è quello dei ruoli costruiti a tavolino, non è quello dell’approvazione sociale, ma quello del rapporto con la verità delle loro storie e della Storia in cui restano coinvolti, ma che non subiscono passivamente. Essere uno come tanti, infatti, non significa per loro essere figurine sbiadite di un film per cui altri hanno scritto la sceneggiatura, ma piuttosto scegliere come essere se stessi: aperti alla realtà, al mondo e alle contraddizioni faticose di una coerenza ricercata tra dubbi e tentennamenti, ma poi perseguita fino alla fine.

In fondo la ricerca dei padri non è solo dal punto di vista letterario la testimonianza di un bisogno di verità sui nostri fondamenti. Anche con la riscoperta della storia di un periodo ancora “coperto” da censure, travisamenti, oblii più o meno interessati, può emergere il profondo legame possibile tra conoscenza e testimonianza. Testimonianza di come si possa essere sempre uno come tanti nel bene e nel male: senza protagonismi di redenzione, ma neanche accodandosi al coro silenzioso di rimpianti o assuefazioni tristi. E se è vero che i giovani faticano a trovare, se non nei libri o in figure esemplari del passato, modelli di coerenza vissuta nel divenire quotidiano della storia, è anche vero che gli anziani soffrono per non trovare intorno sensibilità verso la ricerca di fondamenti solidi che aiutino ad affrontare il nuovo senza tradimenti.

L’incontro tra queste due necessità è possibile solo attraverso un viaggio di ricerca reciproca, che presupponga alla base anche la necessità di reciproci adattamenti e cambiamenti. Può anche darsi che, poi, questi non conducano necessariamente ad un finale felice o “edificante” (nel romanzo come nella vita), ma si tratta comunque di un’esperienza ineludibile per non far fermare o far tornare indietro la storia.

Un rischio che non possiamo proprio permetterci.

 

 

 

Eccolo!

finalmente, qualche giorno dopo Pasqua, è arrivato!

 

Mentre sta cercando di entrare in magistratura, Fabrizio scopre l’identità del suo vero padre: un magistrato che si era improvvisamente dimesso, era scomparso e di cui era stata dichiarata la morte presunta. L’indagine che decide di compiere, nonostante molti ostacoli, sulla vicenda e l’effettiva sorte del genitore gli farà scoprire una storia personale e familiare legata alle vicende italiane degli anni ’70-’80, in cui la magistratura aveva dovuto fronteggiare le sfide, talvolta congiunte, del terrorismo e di una criminalità organizzata sempre più aggressiva. Quella storia è ancora aperta, irrisolta, e per affrontarla Fabrizio dovrà muoversi fra il Nord e il Sud d’Italia e tra situazioni e persone spesso ambigue e disinteressate a una verità e una giustizia effettive. Il tema della riparazione, affrontato dall’autore già nel precedente romanzo Fronte Sud, è qui declinato in un intreccio di vicende che si scioglierà drammaticamente ma aprendo spazi per nuove storie, non più condizionate da un passato riemerso come un lungo incubo.

 

 

 

Uno come tanti è il mio quarto romanzo, ma il primo non “minorile”  dopo Messa alla prova, Un anno strano e Fronte Sud.

In un certo senso il più impegnativo, perché ho scelto di impostare la narrazione soprattutto nell’ottica di un protagonista, Fabrizio, lontano da me per età e storia.

Ma mi interessava guardare alla giustizia, e alla complessità dei contesti che la riguardano, non da lontano e dall’alto ma quasi identificandomi, empaticamente, con quei “giovani innamorati della giustizia” ai quali il romanzo è dedicato.

Né Fabrizio né il padre Matteo (di cui il figlio ha solo un diario e un racconto lasciati prima di sparire) sono magistrati: uno non lo è ancora (e potrebbe anche non diventarlo), l’altro non lo è più ˗ chissà se per sua scelta effettiva, comunque difficilmente comprensibile ˗ da decenni.

Fra di loro c’è un grande vuoto, una nebulosa che avvolge molta della storia di anni lontani teatro di vicende i cui effetti, peraltro, incidono ancora su Fabrizio. La scelta del giovane ˗ travagliata, ostacolata dal timore di imbattersi in verità scomode se non sconvolgenti, ma alfine determinata ˗ sarà quella di non ritrarsi e di non interpretare la complessità in astratto e a tavolino, come svolgendo un tema nel normale percorso di accesso alla magistratura.

Nei capitoli centrali e finali del romanzo quella complessità esploderà, facendo vittime ma aprendo un varco per la piena comprensione e la riparazione autentica, ancorché oggetto di disinteresse da parte dei più, che hanno chiuso altrimenti i conti con il passato o, semplicemente, lo ignorano. Le sfide di oggi e di domani potranno, comunque, essere affrontate con la consapevolezza che, al di là dei prezzi pagati, un solco è stato colmato e il filo spezzato fra le generazioni è stato idealmente ricucito.

Se questo è l’asse portante del romanzo, s’intrecciano ad esso vari temi (fra cui quello degli anni di piombo, in cui ero magistrato a Torino) e personaggi, come sempre nei miei romanzi, molto vari, talvolta sorprendenti in un senso o nell’altro. Sono, naturalmente, anche femminili (Franca, Martina, Rosaria, Annare’…), spesso con ruoli di spicco.

Uno come tanti è anche ciascuno di noi, chiamato a decidere se arrendersi o meno a ciò che viene dato per scontato, ma può essere frutto di arbitri, errori, ingiustizie.

Una resistenza civile a cui, oggi come ieri, non ci si può sottrarre.

 

 

 

In certi momenti storici sembra impossibile affrontare i discorsi relativi alla quotidianità, sommersi come siamo da eventi eccezionali come le azioni di terrorismo, gli eventi bellici e le violenze di ogni tipo, in parti del mondo a noi molto vicine o proprio da noi, nelle nostre città.

Eppure anche la quotidianità, a seconda di come viene affrontata, può servire a far decantare vecchie e nuove aggressività e a prospettare azioni più costruttive. Molte situazioni, prese di posizione o scelte politiche, però, si determinano spesso quasi nell’indifferenza collettiva, forse per una informazione incompleta o forse perché, pressati da bisogni materiali sempre più impellenti, non ne percepiamo a fondo le conseguenze. O forse i beni collettivi di cittadinanza sono divenuti entità così impalpabili da passare in secondo piano.

Negli scorsi mesi estivi, a volte particolarmente infuocati, sono stati affrontati tantissimi discorsi che riguardano i minori. Minori “nostrani”, apparentemente sempre più coinvolti in episodi di devianza per bande, minori stranieri, soprattutto quelli che arrivano sulle nostre coste in maniera clandestina, minori spesso “non accompagnati” che richiederebbero tutele particolari per non essere lasciati in mano alla criminalità che in qualche modo li “accoglie”, ma per inserirli nei propri quadri e secondo i propri interessi. Minori sopravvissuti a naufragi, minori profughi da guerre, minori vittime di disagi psichici sempre più diffusi e spesso poco documentati.

A fianco di questi temi di realtà sono riapparsi i temi delle grandi scelte pedagogiche ed educative, si è tornati a discutere se per “raddrizzare” le devianze occorra intimorire con la minaccia di interventi sanzionatori più severi, con misure di restrizione della libertà personale e limitazione di contatti col mondo, persino con la proposta di sequestro del cellulare … Cellulare che rappresenta ormai per giovani e adulti una specie di protesi aggiuntiva di ogni mano, presente come è in ogni dove. Anche per gli anziani, che vi cercano i messaggi rassicuranti dei famigliari o le indicazioni più urgenti per affrontare la giornata, compresi gli orari o i biglietti del tram.

È emersa, in genere, la teoria dell’efficacia del ritorno alle punizioni, che un certo buonismo poco responsabile e poco attento negli ultimi anni avrebbe preteso di sostituire con interventi alternativi, ma con esiti deleteri sotto gli occhi di tutti. Insomma, la riproposta quasi del “Sorvegliare e punire”, il titolo -bersaglio delle nuove pedagogie dagli anni 70 in poi. A volte un ritorno, proclamato con il beneplacito delle nuove scienze, come le neuroscienze, interessate ai mediatori chimici riscontrabili a livello cerebrale nelle devianze, che richiederebbero interventi di contenimento repressivo per attivare risposte neurochimiche di segno opposto (anche qui con dibattiti interpretativi tra gli esperti). Una strategia punitiva utile non solo sul piano educativo e che secondo quest’ottica sarebbe da riesaminare e proporre anche per governare il vivere civile.

Inevitabile conseguenza: l’irrigidimento delle scelte legislative, che tuttavia non possono andare contro i principi del diritto e delle tutele internazionali, come a volte sostiene qualche giudice, disattendendone l’applicazione per violazione di diritti sanciti a livello internazionale.

Cosa c’entra con tutto questo il buon Salvatore Malavoglia, sostituto procuratore minorile e protagonista o coprotagonista dei miei tre romanzi?

Malavoglia è ancora un’altra cosa. Lui deve innanzi tutto sentirsi a posto con se stesso, per aver abbracciato una professione che lo mette sempre in contatto con qualcuno che è vittima o con qualcuno che, pur essendo vittima, diventa a sua volta carnefice per tentare di dare una svolta alla propria storia. Malavoglia non può fare a meno di sentirsi parte attiva rispetto a una giustizia concreta, ovviamente differente a seconda delle situazioni di partenza di ciascuno e dei singoli bisogni. Non pensa prioritariamente a come mandare avanti il fascicolo ma, guardando soprattutto alle persone che ci sono dentro, cerca a suo modo (talvolta con errori, da cui non è certo esente) di attivare sinergie per creare una rete di sostegno sociale che restituisca quel tanto di dignità necessario per poter compiere delle scelte convinte e significative.

E con questa strategia mette anche a repentaglio la tranquillità degli affetti che a fatica si è ritagliato. Malavoglia è così, sempre alla ricerca dei cani perduti senza collare. Pensa che ciascuno di noi, magistrato o non, non può restare indifferente: soprattutto quando una presa di coscienza collettiva consentirebbe di riparare almeno moralmente a torti inferti anche da scelte del passato, condivise dai più.

Non penso proprio che Malavoglia si sentirebbe di continuare a incarnare un certo ruolo istituzionale in una società che sembra tornare indietro di più di trent’anni, ignorando o sconfessando le conquiste pedagogiche che sembravano condivise e in base alle quali sono state compiute esperienze positive: non solo di recupero delle devianze ma anche di sensibilizzazione alla necessità di un maggior coinvolgimento di cittadinanza. Oppure quando attività e procedure, forse ultimamente poco citate, ma da tempo esistenti, vengono ora proposte come scoperte nuove, come nuove scommesse da sperimentare, rivendicando il coraggio di queste scelte innovative. Ovviamente avvolgendo nel silenzio le fatiche e i risultati di chi da decenni già le sperimentava.

No, in questo senso Malavoglia non è, e non sarebbe, un magistrato per tutte le stagioni.

Certo, senza essere all’interno di un ruolo istituzionale, continuerebbe a cercare i suoi cani perduti senza collare, magari portandoseli a casa, parlandoci, ricevendone in cambio riconoscenza o, chissà, tradimenti. Continuerebbe a vivere nella quotidianità il suo particolare modo di essere un cittadino convinto che la giustizia non passa dai grandi proclami di intenti, ma dall’attenzione condivisa di tanti.

Magari, per avere un po’ di attenzione su questi temi, si metterebbe, chissà, anche a scrivere romanzi …

 

 

Due classi liceali di un istituto torinese hanno partecipato  alla “gara” di lettura Leggiamo  Fronte Sud.  Il libro è stato proposto  ed è stato  scelto direttamente dagli  studenti delle classi partecipanti: ciascuna classe doveva  produrre una recensione  (anche in forma di video) e il loro lavoro sarebbe stato giudicato da una giuria mista, composta da due professori e tre studenti, ovviamente non appartenenti alle classi sub iudice.

Una bella iniziativa, che è stata seguita con attenzione, disponibilità e anche grande lavoro da parte degli insegnanti coinvolti nel progetto. Ci sono stati momenti di dibattito nelle classi  già nel periodo di lettura del libro, attraverso i quali  sono subito emerse evidenti le differenze di  approccio dei partecipanti, sia per motivi di età,  sia  a seconda delle interpretazioni emergenti nel singolo gruppo di lettura.

Soprattutto è stata per me autore una bella occasione di incontro  con gli studenti: ho trovato  grande attenzione, curiosità e, ovviamente, il  comprensibile desiderio di valorizzare il proprio lavoro, la propria produzione video  (forma scelta da tutti per la recensione).

Ma non si è parlato solo di Fronte Sud.  Con l’avvicinarsi del 25 aprile  si è parlato  nelle classi di testimonianza (anche attraverso la scrittura), di possibilità di fare scelte “giuste” in ogni momento della Storia, di necessità di una Memoria non solo libresca ma messa alla prova “sul campo”, cioè nella quotidianità delle scelte di ciascuno, della possibilità, concreta, di costruire insieme un Paese migliore.

Successivamente  gli studenti sono stati coinvolti anche in un bell’incontro avvenuto al Polo del ‘900 di Torino, organizzato da Istoreto, a cui hanno partecipato la direttrice  prof. Barbara Berruti e il prof.Enrico Manera, ricercatore di Istoreto, che da tempo si  occupa di storia coloniale italiana.

I temi di Fronte Sud emersi nel video  evidentemente sono quelli che  hanno colpito maggiormente i ragazzi, ma non  sono quelli che  avevano più a lungo trattato con gli insegnanti: segno senza dubbio della loro  autonomia intellettuale , ma anche segnale per noi adulti di come non ci si debba stancare di parlare degli argomenti che ci stanno a cuore perché possano diventare rilevanti anche per i giovani.

Un esempio: i caratteri della  colonizzazione italiana non hanno rivestito ai loro occhi l’importanza di un collegamento “forte” con le vicende del presente, così come l’aspetto della “riparazione” è stato colto, ma in secondo piano rispetto a quello della “vendetta”, in grado di accendere maggiormente la loro fantasia.

Comunque  al Polo del ‘900  la discussione è stata ampia e molti altri aspetti hanno assunto rilievo, coinvolgendo il pubblico in un  incontro sicuramente stimolante per tutti.

 

Qui di seguito si può ascoltare e vedere la recensione proposta attraverso i volti  sorridenti di alcuni ragazzi della classe “vincitrice”, che ringrazio per la spontaneità del resoconto e per la passione  con cui hanno affrontato la produzione del video.

http://https://www.youtube.com/watch?v=ShP-jFboK80&t=6s&pp=ygUKZnJvbnRlIHN1ZA%3D%3D

Anche al Salone del libro di Torino si è parlato di “Mare Fuori” con gli sceneggiatori e i registi ( oltre che con uno degli attori) nell’ambito dei vari incontri dedicati al carcere.

Il titolo era impegnativo: Il mondo reale e quello raccontato  dalla serie “Mare Fuori”.

Infatti partecipava all’incontro anche la dott. Simona Vernaglione, direttrice del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, che ha portato la testimonianza delle difficoltà e dei vissuti di un carcere minorile “vero” , sottolineandone gli aspetti problematici e le necessità educative  da mettere in campo.

Un discorso in effetti molto simile a quello che negli anni ’80 portò a Torino il progetto pilota “Ferante Aporti”, lavoro di squadra che vide molteplici sinergie,  a cui in seguito molti si ispirarono, e che vedeva la Città compartecipe  delle attività educative realizzate dentro e fuori dal carcere.

Ma torniamo a “Mare Fuori”: riporto qui il link del mio articolo su Questioni Giustizia in cui recensivo la serie e riflettevo anche su alcuni aspetti educativi.

https://www.questionegiustizia.it/articolo/mare-fuori

Nella recensione già si dice tutto:  mi sembrava  indispensabile, al di là degli incontri (con bagno di folla gratificante per artisti e autori), dare spazio a qualche considerazione maggiormente legata  al mondo reale del disagio  degli adolescenti, del carcere e della giustizia penale minorile.