https://www.youtube.com/watch?v=lDCC9s0uS_8&t=14s

 

Controllo. Sì, nella borsa dovrei aver messo tutto: la mia copia del libro e qualche appunto, la bottiglietta d’acqua, la mascherina di riserva ffp2, quella chirurgica e anche le cuffiette monouso per il microfono, di questi tempi mascherato pure lui. Ah, dimenticavo: il gel disinfettante per il viaggio… E dire che, fino a gennaio, quando uscivo di casa per presentare il primo romanzo bastava che ci fossero lui, qualche fotocopia della scheda e magari la bottiglietta d’acqua. Sembrano passati anni luce.

C’è sempre ˗ ovvio ˗ il piacevole senso d’avventura, per fortuna non solo intellettuale perché vai a parlare con persone in carne e ossa, per lo più sconosciute, ma i segni di questi giorni grevi ˗ e di quelli alle spalle, a marzo/aprile ˗ si sono insinuati nel bagaglio ormai da tempo, intrusi sempre più invadenti.

Per fortuna ho trovato, alle prime presentazioni di Un anno strano, tanto interesse che mi viene da chiamarlo grande calore (qualcuno era perfino entusiasta). Calore di chi ospitava la presentazione; dei lettori, potenziali o attuali, che avevano sfidato il clima plumbeo della pandemia e l’onere della previa iscrizione, causa posti distanziati e quindi limitati; di persone che si sono trovate in libreria o sul luogo dell’evento quasi per caso e sono state pronte ad ascoltare e farsi coinvolgere. Tutti, ovviamente ma non naturalmente, disponibili ad esserci o fermarsi pur bardati con mascherine e, in qualche caso, muniti di altri dispositivi di protezione. Penso che tutto ciò esprima anzitutto il bisogno di vita normale; e nel contempo pure la disponibilità, anche in rapporto a qualcosa di non particolarmente rilevante come l’“opera seconda” di un ex magistrato riconvertitosi alla narrativa, ad adeguare alla contingenza gli usuali parametri di una vita normale, visto che questa è sospesa fra la nostalgia del prima e la latente angoscia del poi, per non parlare del peso del presente, della quotidianità.

Credo che i miei venticinque lettori, nel loro uscire da casa, abbiano portato con sé la cosa più importante: la speranza che, nonostante tutto, sia comunque da assecondare la voglia di interessarsi, farsi coinvolgere dai pensieri e dalle emozioni, discutere… Come se il bavaglio della mascherina li spingesse, metaforicamente, a non farsi imbavagliare e a parlare di più: non solo e non tanto nel senso di “alzare la voce” (anche se la mascherina costringe anche a questo, che è già una piccola fatica) ma soprattutto in quello di non tacere. Per testimoniare in concreto il bisogno e il desiderio di non farsi zittire, di non perdere le parole pur in questa situazione di pandemia che toglie il fiato non solo metaforicamente.

Quanto a Un anno strano, ho riscontrato ancora una volta, dopo l’esperienza di Messa alla prova, come un romanzo su certi temi “cambi” a seconda dell’ottica dei presentatori (“addetti ai lavori” o meno), delle loro esperienze anche come lettori, del pubblico, dei giudizi di chi ha già letto il romanzo e delle aspettative di chi ne è incuriosito. E via dicendo, perché, come normale, ciascuno proietta i propri modelli, le proprie esperienze, forse anche qualche pre-giudizio, in positivo o negativo, sull’autore …

Comunque le vicende di Romy, Malavoglia, Francis, ecc…  e i “messaggi” (uso questo termine per sintetizzare) del romanzo non sembrano lasciare indifferente chi si è accostato a tutto ciò. Un libro che non può lasciare indifferenti è, infatti, l’esplicito, cruciale, giudizio di una persona che mi ha scritto nei giorni scorsi e che ho ringraziato di cuore. In effetti l’intreccio dei fatti e dei personaggi del romanzo suscita reazioni vitali e perfino vivaci, come se quei personaggi, usciti dalle pagine, fossero divenuti essi stessi partecipi del dibattito e in qualche modo compagni di viaggio non solo per l’autore (con cui convivono da tempo) ma anche per i lettori. E anche un piccolo surplus di vitalità (potete cogliere l’atmosfera delle presentazioni nel videoclip, il cui link si trova sotto il titolo) è già qualcosa, di questi tempi.

Mi rende contento, in particolare, il fatto che tutti, comunque, abbiano individuato il filo della speranza che percorre le pagine del libro, anche se spesso sotterraneamente. Non è certo una speranza facile, che si smercia e si compra a buon prezzo, e certi fatti e alcuni personaggi parrebbero fatti apposta per soffocarla. Ma essa è il “fiato” del romanzo: resiste, anima, rianima. E nella realtà della vita la speranza dovrebbe spingere ciascuno di noi a impegnarsi sempre di più, avvertendo la responsabilità, come da proverbio africano citato a fine testo, “per gli occhi che abbiamo incontrato”. Lo hanno compreso i lettori, i presentatori e anche i giurati del concorso letterario astigiano intitolato a Vittorio Alfieri, che nella motivazione del (primo) premio hanno scritto fra l’altro “… Tutto il romanzo, tra vari drammi e imprevisti, ha il sapore della ricerca di una nuova speranza per il futuro… e diventa in qualche modo istruttivo per chi, come tanti di noi, non ha a che fare con questa tragica realtà”. Non è proprio il principio speranza su cui alcuni filosofi hanno scritto trattati, ma per me, per il filo del mio raccontare, non è nemmeno un sentimento generico, una scialuppa di salvataggio in cui ci si butta a occhi chiusi. Ѐ una scelta personale, ma che dovrebbe rientrare in un gioco di squadra svolto dalla collettività per affrontare adeguatamente le difficoltà di oggi e di sempre. Anche i personaggi del romanzo che riescono ad arrivare fino in fondo (a quell’oggi più consapevole che è indispensabile premessa di un domani migliore) “la pensano” così, pur se a spingerli sono anzitutto le emozioni.

Nella realtà di questo periodo così difficile ci siamo imbattuti in esempi di uomini e donne di vera speranza, che si sono rimboccati le maniche e non hanno “delegato”. Abbiamo visto quanto costa sperare operando per garantire ascolto, empatia ed efficienza; facendosi, magari, criticare per aver deviato da sentieri più frequentati. Abbiamo, però, incontrato anche maschere di finta disponibilità, che coprivano superficialità, ambizione, mancate assunzioni di responsabilità. Maschere ideologiche e politiche ma anche le maschere delle fake news, quelle degli eventi negazionisti o delle comunicazioni fuorvianti di esperti, pseudo-esperti e sedicenti esperti. Maschere che nulla hanno a che fare con le mascherine con cui difendiamo i nostri respiri e gli sforzi del nostro comunicare.

Ebbene, spero proprio che i personaggi di Un anno strano possano aiutare in questa riflessione. Aiutare ad avere il coraggio di essere autentici, di togliersi la maschera, istituzionale o personale, per essere se stessi: forse uomini e donne fragili, in mascherina, ma non disposti a nascondere dietro qualche maschera il proprio potenziale di umanità volto a cercare di cambiare quanto si può ed è nella sfera delle nostre responsabilità.

 

 

Spiaggia al mattino. Al primo colpo d’occhio tutto sembra, più o meno, come sempre.

Bambini che giocano con paletta e secchiello sotto l’ombrellone; signore distese sul lettino, anche se il sole è ancora un po’ incerto tra le nuvole, si muovono solo per rinnovare la crema solare e riprendere la postazione; altre signore, meno giovani, sono in acqua ma stanno ferme, dove si tocca ancora o appena appena, disposte a cerchio, e commentano i fatti del giorno. Invero non sono, propriamente, i fatti del giorno. O, meglio, ci sono anche quelli, ma solitamente l’argomento principale varia con il calendario. All’inizio delle vacanze argomento prioritario è il commento sui familiari, con particolare predilezione per le nuore; poi si passa alle discettazioni sulle ricette di cucina, nelle infinite varianti possibili; infine, ma rigorosamente dopo Ferragosto, si incomincia a parlare di scuola, di impegni, di meriti -ma più spesso demeriti- degli insegnanti. Gli uomini, invece, stanno solitamente sulla riva, parlando di calcio, delle cene gustate nei locali dei dintorni, ecc…; oppure, in un certo numero, sono incollati al cellulare, intenti a dare disposizioni in ufficio o a trattare (piuttosto spesso) questioni legali di varia natura, in costume da bagno ma con tono compreso come in ufficio.

Nell’estate Covid, se non fosse per gli ombrelloni volenterosamente distanziati dai bagnini, per i gel detergenti disposti all’ingresso come soldatini all’attacco, per qualche mascherina più meno vezzosa appesa (o dimenticata?) ad una sdraio, lui, il SARS CO V2, sembrerebbe essere innominato e innominabile.

In realtà è fin troppo presente, proprio in questa rimozione collettiva che vive nei piccoli e grandi assembramenti, sull’arenile come nelle grigliate fatidiche e sciagurate che fanno poi parlare di cluster e paventare zone rosse. Questa è l’estate in cui solo pochi mesi fa non credevamo o non speravamo, ma in cui ora si fa di tutto per sentirsi come sempre, forse cercando in questo modo di non pensare al settembre imminente, alla scuola che riapre (?) e ai problemi dell’economia.

Il termometro scanner che in ogni dove ci misura la temperatura non riesce, però, a mettere bene a fuoco gli umori dei vacanzieri, mai come quest’anno ben radicati e anche fermi, incollati, su convinzioni condivise, almeno a gruppi, come nel caso delle posizioni “negazioniste”, che anche in Italia hanno trovato i loro sponsor e sostenitori. Questo posizionamento su barricate contrapposte è da sempre una caratteristica dei momenti di crisi, a cui oggi possono aggiungersi nuove argomentazioni.

Così, nel ribollire dei risentimenti nuovi e di sempre, sul giornale di oggi si racconta di un padre italiano che su un noto lido ha preso a pugni un ragazzo di colore, peraltro italianissimo, con il tono del giustiziere “perché venite qui a violentare le nostre bambine!”. Ma con civica soddisfazione leggiamo anche del figlio, bambino, di questo signore, che ha cercato di fermare il padre e i di lui sodali comprendendone i timori inconfessati e dicendo: “papà, basta, qui c’è posto per tutti, non devi temere, ci possiamo stare tutti!”. Ovviamente ci siamo chiesti se la saggezza del figlio sia merito della madre o dell’educazione esterna alla famiglia, magari persino della scuola…

Già, la scuola: anche quest’anno, tra didattica a distanza, nevrosi da connessione internet ballerina e contesa con lo smart working domestico, è riuscita comunque a instillare nei giovani un richiamo estivo con i fatidici compiti delle vacanze, da ritrasmettere on line, da caricare su piattaforma o semplicemente da portare al rientro. Non senza suscitare diatribe: se davvero debbano essere fatti o “balzati” sperando in un rientro più centrato sulla relazione che non sulla didattica…

Anche su questo, sulla mia spiaggia, un interessante duetto: madre insegnante, figlio adolescente rattristato dall’idea di “chiudersi oggi a fare i compiti” ma convinto della necessità di farli. La madre non invoglia il figlio ai compiti (che in francese sono anche linguisticamente associati ai doveri “les devoirs”), ma anzi gli suggerisce la rivendicazione di un nuovo diritto: “Tu hai avuto un ottimo credito e una buona media, i compiti li fanno gli altri, quelli scarsi. Se no, per cosa si è bravi a fare se non c’è qualche vantaggio? Svegliati, pensa che dalla scuola comincia la difesa dei propri diritti…” Però si sente rispondere: “Ma allora tu fai queste preferenze a scuola? Allora per te essere bravo significa sentirsi superiori e fregarsene?” Risposta forse incompleta sul piano argomentativo ma promettente sul piano civico, anche se rivelatrice di delusione e voglia di riscatto.

Proprio mentre sfoglio le pagine del mio Un anno strano per parlarne con qualche coraggioso lettore del posto o bagnante, un altro dialogo sul bagnasciuga attira la mia attenzione. Questa volta la partecipazione e i commenti sono corali, persino le signore ferme in mare sono uscite per dire la loro.

Si commenta una rissa svoltasi sulla passeggiata a mare la sera precedente, una rissa tra giovani non del posto, finita con sfogo violento di rabbia, botte da orbi e atti vandalici prima dell’intervento dei carabinieri. “Si ha un bel dire, ma quando si è così da ragazzi, non si cambia poi più. Questi ne avevano già combinate tante a casa loro, sono venuti qui a rovinare le panchine, a sfondare i vetri dei locali, perché sono già marci. Però quando sono ragazzi la giustizia non fa niente di niente, dicono che devono crescere, che cambieranno”. “No, quando sono così non cambiano più, è inutile sperarci, spendendo soldi e mandandoli a guardare i vecchietti o a fare il servizio civile. Galera e galera, solo questo. Bisogna avere il coraggio di dirlo, sono diversi e sono già malati dentro…” – “Una volta non si perdeva tempo a parlarne. Poi si dice, ma anche qualche botta a caldo ben data gli faceva passare la voglia un’altra volta” – “Tanto è inutile, perché la giustizia dei ragazzi non esiste, solo parole e tanti soldi persi”.

Amaro ammetterlo, ma il contesto è tale che mi sembra inutile cercare di inserirsi in questo fiotto rassicurante di sentenze già passate in giudicato. Accennare, in costume da bagno, qualcosa in controtendenza non potrebbe che risultare incomprensibile o fonte d’ironia, come se l’intruso puntasse, in realtà, solo a “vendere” e per giunta al pubblico sbagliato. Riguardo il mio libro e penso alle presentazioni che (finalmente!) inizierò a fare più o meno a breve. Forse, nel pubblico, ci sarà anche chi la pensa così … Le solite sfide, comunque da affrontare. Ne vale la pena.

Guardando attorno, mi accorgo che i ragazzi più giovani della spiaggia hanno preferito, dopo le prime battute del discorso, allontanarsi e andare a sedersi all’ombra, qualcuno perfino a fare i famosi compiti. Andrea, un ragazzino che aiuta gli altri più piccoli appunto a fare i compiti, forse per arrotondare la paghetta o forse per avere ascendente su di loro, sta dicendo: “Non vedo l’ora di andare a scuola, in presenza. Quante belle discussioni possiamo fare e chiarirci le idee, altrimenti c’è il rischio di appiccicarsele e non cambiare più…”

Ormai il sole è alto, comincia anche il caldo e scelgo di allontanarmi. In fondo, questa mattina posso essere anche contento: tra un discorso e l’altro, ho visto già farsi largo parecchi raggi di sole che l’hanno spuntata sulle nuvole. Sarà una bella giornata.

 

 

 

Un anno strano,  da una recensione di  Ornella Pozzi

“Un anno strano è un romanzo di impianto realistico, dove lo scrittore riflette sulla sua esperienza umana e di magistrato e dove però tutto è trasfigurato da una grande capacità immaginativa.”

“Uno degli aspetti avvincenti dell’opera è che la vicenda è presentata essenzialmente attraverso il punto di vista dei personaggi…sentimenti, emozioni, stati d’animo, non sono mai descritti dall’esterno ma “rappresentati” dal di dentro, come se ci trovassimo a teatro e i personaggi ci parlassero direttamente…”

“Il passato, storico e soggettivo, si configura nel romanzo come una sorta di terzo protagonista, tanto che tutti i personaggi si trovano in qualche modo a dover fare i conti con esso, i giovani come gli adulti… Il passato si concretizza come chiave di lettura del presente” 

“Questo romanzo, come spesso accade nella fiction, illumina una realtà più vera di quella reale…”

 

                 

                             

                                   Un anno strano, secondo la recensione   di un giovane influencer torinese, Frechibuc: 

 https://www.youtube.com/watch?v=LZY4BdrUOFg&t=4s

 

Videoclip di presentazione della novità : https://youtu.be/RqpvAcuxbXs

Ecco, ci siamo! Finalmente ho potuto toccare con mano il mio nuovo romanzo, fresco di stampa. Nell’imminenza di Pasqua, come una sorpresa impaziente di uscire dall’uovo. Si intitola Un anno strano…. Qualcuno ha parlato di titolo profetico, ma le profezie, meno che mai di sventure, non c’entrano.

Ci sarà tempo per discorsi più approfonditi. Ora cerco di rispondere a qualche curiosità emersa parlando del libro con amici e conoscenti.

La prima: che collegamento c’è tra il titolo e l’immagine, in copertina, della ragazza nel bosco avvolto dalla nebbia?

Tutti noi stiamo sperimentando che questo 2020 è un annus horribilis, molto più che strano, ma “strane” sono diventate molte nostre abitudini, anche le più quotidiane: ci si lava le mani con frequenza e modalità che un ignaro psicologo valuterebbe, in astratto, un po’ ossessive, si va a fare la spesa o a comprare il giornale pensando a sortite rischiose per la propria incolumità. Ci sono momenti o situazioni in cui la normalità diventa o fermarsi e nascondersi o fuggire da qualcosa, da qualcuno, che sia un virus o una nostra paura.

Nel mio romanzo a fuggire, spesso, è la protagonista, un’adolescente da sempre alla ricerca di compensazioni per il suo enorme vuoto affettivo. Le compensazioni, non solo negli adolescenti, inducono il bisogno di assumere identità forti – o comunque considerate tali – e la nostra protagonista si è trovata costretta a scegliere l’identità di “dura”, di ragazza bandita, ma non in bande di ragazzini (anche se compaiono, qua e là, anche loro) bensì di adulti.

Ciò che vivrà Romy (si chiama così: Romina, detta Romy) attraversa sei mesi di un anno strano per lei, ma anche per quelli che la incontrano; un anno su cui il suo passato grava più che mai ma in cui, passando per infinite “prove” (e una moltitudine di contraddizioni, errori, ecc…), si schiuderà qualche spiraglio per un futuro diverso.

Anno strano potrebbe essere considerata, in fondo, la vita tutta; ma per Romy è anche l’anno di un’occasione di svolta, così come pensiamo anche noi in questo periodo. Una svolta possibile di umanizzazione, a patto di riuscire a dare un nome alle esperienze terribili del passato per riconoscerle, dominarle e renderle inoffensive o, addirittura, per tramutarle in motori di cambiamento per un nuovo futuro.

 Mai come quest’anno è Pasqua, ha detto giustamente qualcuno, e mai avevamo visto immagini straordinarie negli scenari più vari: dai medici e dagli infermieri eroi, nelle corsie come nelle trincee, alla basilica di S. Pietro e alla stessa piazza buie e vuote. O quasi. Ed è da un quasi che – nel romanzo e, spero, anche nella vita – scatterà la molla per uscire dall’angolo, per fare di quell’ultimo appiglio la base della ripartenza. Dipende dal Covid ma soprattutto da noi. Nel loro piccolo, certe figure del mio romanzo pensano lo stesso.

Seconda curiosità: ci sono altri personaggi?

Sì, certamente, ci sono altri personaggi che gravitano intorno a Romy e alla sua vicenda: magistrati anziani (soprattutto Malavoglia, anche se qualcuno tende a trattarlo da ancora più anziano o peggio, per emarginarlo) e altri molto giovani, avvocati, psicologi, agenti carcerari, cioè tutti gli addetti ai lavori, soprattutto nell’ambito giudiziario minorile. Ma ci sono anche strani personaggi del passato; un passato che ritorna, camuffato, nel presente, ed incombe anche sui giovani, come un’eredità nefasta da scrollarsi di dosso per poter esercitare, nel presente e nel futuro, scelte responsabili.  Ci sono naturalmente anche tanti ragazzi con le loro storie: storie di provincia e di quartieri urbani periferici e difficili, storie di viaggi dall’Africa, storie di persone semplici in una campagna semplice, che a volte riescono a fronteggiare la complessità del reale meglio degli esperti.  Per tutti loro l’anno strano è il loro stesso percorso di vita, con illusioni e delusioni, scelte a volte irresponsabili e dannose, a volte tenere e velleitarie, nell’alternanza tipica degli affetti della vita e dell’anno strano che ciascuno di noi attraversa vivendo.

Altra domanda: è nuovamente una storia minorile, dove si riflette ancora l’esperienza di lavoro di tanti anni?

Sicuramente è una storia minorile, ma gli orizzonti molto più vasti che riguardano i personaggi adulti la trasformano subito in una storia che riguarda e coinvolge tutti. Tutti abbiamo momenti e passaggi difficili nel nostro percorso e affrontarli in uno scambio di relazioni umane aiuta certamente a leggere le nostre storie, specie quando si collegano alla Storia con la S maiuscola, non come segnate una volta per tutte dal destino o dalla sorte di un certo momento e contesto di vita. Certamente si ritrovano nel libro discorsi, pensieri e vissuti emotivi che muovono dai miei anni in magistratura, ma l’anno strano riguarda, esistenzialmente e non solo professionalmente, l’esperienza di ciascuno di noi: di me autore come persona, innanzi tutto, e così per i lettori. Spero che essi riescano a cogliere tutte le metafore di questa “uscita dal bosco” della protagonista, dei comprimari e …. di noi stessi, che forse, prima, pensavamo di non esserci mai nemmeno entrati, in quel bosco.

Ѐ proprio vero ciò che dice il proverbio africano che ho voluto citare in calce al testo: Saremo sempre responsabili degli occhi che abbiamo incontrato. Spero davvero che questo libro accompagni tutti in un momento di ripresa e di speranza.

Buona lettura, quando sarà. Per intanto guardatevi il videoclip di presentazione!

L’esperienza reale e metaforica del rinascere era stata al centro della mia ultima riflessione, dopo la presentazione alla libreria Nuova Rinascita di Brescia.

Non sono passati molti giorni, ma sembra che sia trascorso un tempo infinito perché nel frattempo siamo tutti, poco o tanto, cambiati.

Da un certo numero di giorni ci troviamo “ristretti” nelle nostre case, dove finiamo per riflettere, volenti o nolenti, a lungo o solo per qualche attimo, sulla vita, sul suo significato, sulla sua fragilità e anche sulla possibilità, reale e talvolta prossima, della morte.

Pur essendo quest’ultima, ahimè, una realtà concretissima, nel nostro tempo e nella nostra cultura viene esorcizzata il più possibile. Lo sapevamo già, l’hanno già scritto e detto in tanti; ma colpisce comunque che, ad esempio, nei notiziari, accanto al numero dei “caduti” di questa guerra quotidiana, vengano immediatamente aggiunte rassicuranti precisazioni sull’età avanzata e sullo stato di salute già compromesso delle vittime.

Il signor corona virus (o Coronavirus, insomma il Covid 19) ci ha costretti a osservare da vicino le nostre debolezze, a rimuoverle o temerle, ma per fortuna ha anche messo in luce virtù umane e professionali, impegno e solidarietà, competenze scientifiche e spazi di pura creatività.

Certamente ci sono stati e ci sono episodi di scarso o nullo senso civico, trasgressioni pericolose, ritardi e disorganizzazioni. Ci sono stati e ci sono i soliti sbruffoni da tastiera che sentenziano, esperti di tutto, sui social, i truffatori a domicilio, i propalatori di fake news, spesso per nulla innocue.

Ma tutto ciò è sovrastato, in me e mia moglie Rosamaria, dal pensiero dei luoghi della mia ultima visita “letteraria”, da cui non a caso sono partito in questa riflessione: la città di Brescia, così tragicamente provata e così vicina alla Bergamasca e alla città di Bergamo, travolte da un vero tsunami. Le immagini di quei carri militari che portano bare fuori dalla città non richiedono commenti e rendono vano ogni nostro sforzo di rimozione.

Il dolore profondo dei tantissimi che non hanno potuto (e non possono) né accudire né seppellire i loro morti, l’abnegazione dei soccorritori, degli assistenti, volontari e non, dei medici, a volte gettati nella mischia giovanissimi, con ancora addosso il profumo della loro corona d’alloro di laurea…

Sono immagini e voci che abbiamo in mente tutti. Penso, comunque, che tutto ciò sottolinei quella capacità di rinascita e resilienza su cui riflettevo l’altra volta.

Una capacità non a buon mercato, ovviamente, che si alimenta di serietà, di abnegazione non ostentata, di impegno ai limiti o oltre i limiti del sacrificio, un’immagine -finalmente- dell’Italia seria che, al di là dei tanti e rinascenti sovranismi, diviene icona nel mondo di un coraggio operoso e di una solidarietà aperta alla speranza.

Per questo dobbiamo condividere questo sforzo. Costerà al Paese e a ciascuno un prezzo altissimo in termini di lutti, fatica, sofferenza fisica e psicologica, sospensione di affetti e relazioni, lavoro, privazioni e deprivazioni economiche; ma siamo consapevoli, ormai, che questo è l’unico, concreto, passaporto per uscirne fuori, spero più convinti delle nostre necessità e risorse reali.

L’importante è davvero, come è stato detto, non sprecare questi giorni difficili. 

E allora in questi giorni bui, illuminati però dal sole di primavera (la natura, secondo alcuni filosofi, ci sostiene; secondo altri, semplicemente, ci ignora), vorrei davvero esprimere, anzitutto alla gente lombarda, questo augurio (lo spunto mi è stato suggerito da Rosamaria), la cui attuazione richiede sforzo di volontà per guardare oltre:

 “Vi faccio questo augurio. Che anche voi, scrutando i segni, possiate dire così: resta poco della notte, perché il sole sta già inondando l’orizzonte.   (Tonino Bello, 1935-1993)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cielo è terso, il sole quasi tiepido, i refoli discreti di vento potrebbero trarre in inganno e far pensare a una primavera imminente, ma siamo invece nei “giorni della merla”, quelli che un tempo erano i giorni più freddi dell’anno.

Piazza della Loggia, il cuore storico di Brescia, si apre nel sole tra palazzi e orologi veneziani, con il monumento della Bella Italia, dedicato alle vittime risorgimentali delle dieci giornate. Si direbbe orgoglioso di sorgere sul luogo del deposto leone di s. Marco, ma qualche turista, seduto sugli scalini del suo basamento, non sembra comprendere a che cosa si riferisca e consulta perplesso la guida turistica.

Non è il solo monumento: più cupo, sotto i portici, c’è il cippo con i nomi delle vittime della strage del 1974, quando, in una piovosa giornata di maggio, una bomba cercò di cancellare il desiderio di testimonianza democratica della città. Il segno di un recente e, per certi versi, ancora oscuro passato, presso il quale si soffermano, per lo più, turisti dai capelli grigi, silenziosi e con l’espressione severa.

In questa piazza si trovano riuniti molti segni di rinascita: le architetture veneziane rinascimentali, il ricordo di un moto di popolo del Risorgimento, la memoria di un momento buio della storia del ‘900 dal quale la città ha saputo rinascere senza cedimenti. Rinascere significa, in effetti, vivere una vita rinnovata ed implica energia e slancio vitale; il tutto ben percepibile, forse, anche grazie a questo inganno di primavera.

Del resto, a pochi passi da piazza della Loggia, proprio nella Nuova libreria Rinascita, mi attende l’ennesima Messa alla prova come presentatore. Una libreria grande, dall’aria giovane e dinamica, che si è trasferita in questa centralissima sede dal 2015, proprio con l’intento di far parlare di libri e animare incontri culturali in città.  Il nome rivela “l’anima” della cooperativa sociale che l’ha fatta nascere e fa percepire la volontà di cercare di conoscere e affrontare insieme, in modo concreto e nel quotidiano, i problemi sociali.

Insomma, un ambiente molto accogliente, del tutto adatto a questa Messa alla prova itinerante.

I miei personaggi, ormai lo sappiamo, si sanno ambientare un po’ ovunque, ma qui hanno trovato  la cordialità di un  pubblico, in maggioranza giovane, subito coinvolto; un’analisi attenta attraverso le parole dei presentatori, una risposta di interesse concreto da parte di molte persone liete di ritrovarsi nelle vicende di Vito, nei dilemmi non solo giuridici di Malavoglia, ecc… L’occasione non diciamo, di sicuro,per rinascere, ma per rivivere certi percorsi attraverso storie fantastiche eppure non lontane né astruse.

Tutto ciò costituisce certamente un incoraggiamento per l’autore; ma anche una testimonianza – ancora una volta e come ormai in più città di regioni differenti – dell’esistenza di tante persone intenzionate a voler andare più a fondo, per superare una quotidianità vissuta come routine, anche rispetto alla propria funzione o al ruolo istituzionale.

In effetti, vivere consapevolmente il proprio impegno di rinnovamento come cittadino o professionista rappresenta davvero una piccola rinascita di speranza. Da sempre, dai tempi degli orologi veneziani a quelli più vicini a noi, tormentati e messi alla prova, talvolta, anche dalle difficoltà della democrazia nell’affermare pienamente e difendere se stessa.

Ci si deve, però, impegnare e continuare a provare in tutti i modi. Anche leggendo libri, scritti da qualcuno che certo non si sottrae al compito di (continuare a) andarli a presentare…

 

 

IL SILENZIO DEI VIVI

La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti.

Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino’, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere…

I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato è storia, e la storia di oggi si sta paurosamente ripetendo.

                                                                                                                             Elisa Springer, Il silenzio dei vivi

RITORNERÀ LA PACE?

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ci ucciderà, partecipo al dolore di migliaia di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno la pace e la serenità.

Diario di Anna Frank

 

 

 

 

Sappiamo già che il Buon Governo dipende anzitutto da noi, dalla continuità del nostro impegno per un mondo più umano e più giusto. Io e Rosamaria la assicuriamo, nel nostro piccolo, anche per il 2020.

Un anno in cui ci sarà, da parte mia, un’altra novità…

 

 

Non so se sono io che accompagno lei o lei che porta me; fatto sta che, nell’ultima parte dell’anno, con Messa alla prova sono stato nuovamente, e parecchio, in giro, in contesti anche notevolmente differenti.

Il primo pubblico, il 13 novembre, è stato di adolescenti: molti, circa duecento. Si trattava di studenti di un istituto scolastico ubicato in una zona post industriale alle porte di Torino.

Non eravamo a scuola, ma nei locali di una nuova e attrezzatissima Biblioteca Civica multimediale, la più grande del Piemonte, presso la quale si organizzano anche progetti per la socializzazione dei giovani.

Il direttore generale della città (Settimo Torinese), una rappresentante dei Servizi sociali di zona ed io abbiamo cercato, partendo dai contenuti e dai personaggi del romanzo, di fornire ai ragazzi, oltre che informazioni, qualche chiave di lettura di una realtà complicata ma comunque vicina alle loro esperienze e percezioni.

Le domande, come molto spesso fanno i ragazzi, sono state poste all’autore con riferimento, soprattutto, alla sua vita e alle sue opinioni su certi temi, anche al di là del romanzo. Quindi, ancora una volta, giovani “affamati” di testimonianze e di parole sui modi di “spendersi”, per riuscire da parte loro ad entrare in empatia con l’argomento, una storia di qualcuno o qualcosa a portata di mano.

Spero di essere riuscito a soddisfare, almeno in parte, questa “fame” di ascolto. Non è solo questione di suscitare e mantenere la loro attenzione. Lo sforzo è farli coinvolgere emotivamente ˗ questa volta attraverso un romanzo ˗ su questioni che li riguardano a volte da molto vicino, ma che rischiano di sembrare astrazioni lontane dalla loro vita.

A fine mattina Malavoglia e soci hanno ripreso il “trenino” locale, questa volta verso Torino, riflettendo su quei ragazzi e quelle ragazze. Non importa, o importa solo fino a un certo punto, se e quanti di loro leggeranno Messa alla prova. L’importante, anzi l’essenziale, è che si rendano ben conto che la messa alla prova, nella vita, c’è anche se non si vede, per tutti.

Dopo gli spazi modernissimi della Biblioteca Archimede di Settimo Torinese, a fine novembre Messa alla prova si è tuffato nei vicoli del centro storico di Genova, a pochi passi dal Duomo e dalla casa di Colombo, in un giorno di eventi e personaggi di ben altro rilievo rispetto a quelli del romanzo. Si apriva, infatti, il Congresso annuale dell’Associazione Nazionale Magistrati, alla presenza anche del Presidente della Repubblica.

Lo spazio, fornito dall’associazione culturale che ci ospitava, questa volta era ristretto. Ma ciò ha consentito agli intervenuti, fra cui il presidente del Consiglio Regionale Ligure dell’Ordine degli assistenti sociali, di condividere quasi fisicamente, oltre che appassionatamente, il dialogo su cui era incentrata la presentazione: quello fra me e due magistrati, uno dei quali è il presidente del Tribunale per i minorenni di Genova. Come al solito, Malavoglia e gli altri personaggi adulti hanno suggerito al pubblico stimoli di riflessione differenziati, mentre le vicende di Vito sembrano trovare subito immediata empatia, ma poi generano anch’esse diversi filoni di discussione.

Al di là degli specifici punti di vista, ciò che mi stupisce ogni volta è come la realtà delle esperienze, anche professionali, di pubblico e presentatori si senta interrogata dalle dinamiche e dalle relazioni dei personaggi del romanzo, come se questi fossero dei potenziali veri utenti, su cui misurare le risorse e le proprie scelte. Quelle già fatte o potenzialmente da fare.

Vito e i suoi compagni di messa alla prova esistenziale sono lusingati da questa verosimiglianza, anche se a volte vorrebbero ˗ me lo hanno fatto capire ˗ anche un po’ di autonomia come veri personaggi di un romanzo, struttura narrativa aperta alle metafore e alle suggestioni. Finirà, come in qualche opera celebre, che prenderanno loro in mano la situazione per organizzarsi e presentarsi da soli, così come ritengono di essere …

Differente la finalità dell’incontro svoltosi il pomeriggio del 6 dicembre nel Palazzo di Giustizia di Firenze, organizzato dalla Camera Minorile di quella città.

Qui si trattava di fare una riflessione sullo strumento della messa alla prova a trent’anni dall’entrata in vigore della normativa che introdusse nel nostro ordinamento questa ed altre novità. Il pubblico era essenzialmente di avvocati, ma c’era anche un magistrato minorile e, credo, qualche operatore dei Servizi.

Il mio intervento (La messa alla prova fra diritto, realtà della vita e suggestione letteraria) partiva dalla mia esperienza della map sul campo e dalla mia valutazione di essa. Ho ( in estrema sintesi) segnalato come, secondo me, questa esperienza, con tutte le positività e talune difficoltà ˗ da valutare in un’ottica pluralistica e pluridisciplinare, così come è collegiale e “misto” il giudice minorile ˗, negli anni abbia messo in luce sempre di più l’importanza di un atteggiamento culturale “aperto”, sempre attento alle nuove dinamiche delle relazioni, culturali e sociali, e ai nuovi bisogni educativi.

Tutto questo, poi, ha acquisito in chiave letteraria connotati suggestivi, se non proprio simbolici. Nelle pagine di Messa alla prova “parla” la realtà di storie difficili, ma possibili e vere, in territori difficili e veri delle nostre città e dei nostri giorni. Una realtà da cogliere attraverso emozioni, esperienze e sogni dei personaggi… e anche dell’autore.

Messo ulteriormente alla prova da queste tappe del viaggio (le ultime del 2019, ma non le ultime in assoluto: ho già una “data” nel 2020…), con il mio libro in borsa o in valigia ho ripensato, nel ritorno, a quanto devo ai miei personaggi da quando il romanzo è uscito ed è iniziata questa serie di eventi grandi e piccoli (35, al momento). Mi hanno avvicinato a esperienze anche molto diverse, a differenti paesaggi, a realtà territoriali spesso molto sensibili, partecipi e coinvolte. Sempre, perlomeno, interessate.

Così, riponendo il libro nello scaffale di casa, è sembrato anche a me ˗ fantasiosamente, è ovvio ˗ di sentire uscire dalle pagine la voce “Nati vivi, vogliamo vivere”. Vorrà dire che, pur nel microcosmo di Messa alla prova e del suo autore, i personaggi sono capaci di avvicinare ancora di più, e più profondamente, alla vita l’autore e, si spera, anche i lettori.

 

Videoclip intervista presso Bagni pubblici di via Agliè, Barriera di Milano, Torino

  https://youtu.be/d3i0RG0XvqU

 

È molto interessante, in tram o su un bus urbano, osservare gli altri passeggeri, soprattutto se il percorso è lungo e si snoda per più quartieri della città.

Che quasi tutti, in piedi o seduti, stiano a capo chino su qualche dispositivo elettronico è fatto risaputo.

Che ci sia ancora qualcuno, per lo più donna, che legge qualche libro cartaceo è un’eccezione che incuriosisce. Anche perché, a volte, si tratta di volumi di un discreto numero di pagine. Non è, per lo più, difficile capire che sono gialli o noir o, forse, rosa (talvolta il titolo è enigmatico o fuorviante). C’è anche qualche classico.

Da qualche tempo, però, ci sono anche gruppetti di signore (sempre le donne…) che parlano tra loro, cosa d’altri tempi. In effetti non sono, di solito, persone giovani; ma, comunque, l’età è variegata, come la piccola tavolozza cromatica dei testi. Lo spunto scaturisce, pressoché immancabilmente, da un disservizio o da un problema contingente: ritardi, deviazioni, scioperi, ecc… Ma poi si passa ai commenti sulla realtà di oggi, sui problemi della città e non solo. Con qualche parolone, si potrebbe dire che si sfiorano temi politici in una comunicazione social non virtuale; anche, ovviamente, con il consueto contorno di frasi fatte, spesso attinte di peso dalla televisione.

A conferma delle tesi di sondaggisti e sociologi, un tema ricorrente è la paura: paura per una percepita mancanza di sicurezza, paura per un futuro economicamente incerto, paura -da qualche tempo- per il futuro climatico del pianeta, paura per il futuro di figli e nipoti. A volte c’è anche sdegno, misto a voglia di cambiamento, per la sorte di tante donne vittime di violenza o di sopraffazione (e di questo parlano, davvero, solo le donne), o per il riaffiorare di episodi di razzismo e di prevaricazione.

Si parla molto dei giovani, minori e non. Considerati, di solito, bravissimi i “ragazzi di Greta”, di Friday for future; bravi i ragazzi che sono costretti ad andare all’estero per lavorare e, magari, affermarsi; bravi i tanti ragazzi che fanno volontariato.

Contenuti e toni cambiano di brutto quando si tocca il tema della delinquenza giovanile.

Con il racconto, più o meno preciso, dei fatti, iniziano le deprecazioni di rito sulla mancanza di valori (ma chi li dovrebbe riaffermare? -ndr), sul fatto che non c’è più educazione (ma chi la dovrebbe impartire? -ndr), sulle punizioni inadeguate. Nell’immaginario legato a questi discorsi il panorama giovanile è cupo. E allora sembra divenire prevalente la voglia di punizione severa ed esemplare come unico rimedio e unica forma di difesa dei cittadini. Con buona pace della nostra Costituzione, sbandierata in ogni tempo a seconda delle convenienze, che sottolinea, invece, la funzione riabilitativa della pena (Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato); a tacere della lettera e dello spirito di intese internazionali sottoscritte dal nostro Paese e di quanto prevede, in particolare, la procedura penale minorile.

Bisogna, certo, considerare che questi gruppi di discussione sono autoreferenziali e auto rassicuranti nella uniformità dei pareri, perché sono poche le persone, kamikaze della discussione tramviaria (ancora, prevalentemente, donne), che osano “entrare” seminando dubbi (qualche volta, per esempio, lo fa mia moglie e torna a casa miracolosamente indenne e decisamente “su di giri”). Tuttavia questi discorsi, in linea con tante e ben più accanite affermazioni sul web, fanno riflettere, soprattutto se ci si interroga sul da farsi.

Perché i ragazzi del carcere minorile di Torino sono da elogiare se offrono alla città i loro prodotti dolciari e i loro cioccolatini, frutto del lavoro nei laboratori, mentre le leggi che consentono messa alla prova o lavoro esterno, in base anche alle capacità acquisite in carcere, sono considerati, in genere, frutto di mentalità buonista e poco lungimirante?

In incontri e dibattiti anche recenti ho riscontrato ancora una volta che c’è davvero tanto bisogno di informazione capillare e corretta. Che, però, dovrebbe essere tale a tutti i livelli: la narrazione mediatica, l’interpretazione e la valutazione di esperti o presunti tali, il confronto da svolgere in ogni sede utile, formale e informale. Solo così si può sperare che l’ottica complessiva sia più equilibrata, l’ansia ridimensionata e la discussione proficua e costruttiva.

Una frase ricorrente, quasi una formula magica sulla bocca di tutti, è: “Bisogna cominciare dalle scuole”.

E nelle scuole, infatti, si dovrà continuare ad andare, incontrando ragazzi che hanno curiosità o sollecitandole. Si dovrà continuare a vederli nei luoghi di aggregazione, dove arrivano anche incanalati, coraggiosamente, dal lavoro sommerso di tanti insegnanti. Continuerò, nel mio piccolo, a farlo anch’io.

Ma non è tutto. Penso proprio che la parola serena e appropriata, che nutre l’informazione corretta, debba acquisire in tutta la società una forza maggiore, essere una specie di testa d’ariete, antagonista rispetto ai fiumi di parole vuote, inutili, autoreferenziali; usate anche, spesso, come manganelli. Ben vengano i momenti di riflessione, i convegni e i seminari, purché offrano spazi di confronto e dibattito autentici. Ben venga anche una saggistica mirata ad una divulgazione corretta (nel mio piccolo ho cercato di farlo con Giustizia e ingiustizia minorile. Tra profonde certezze e ragionevoli dubbi, semplificando il linguaggio senza banalizzarlo).

Oggi anche gli storici riscoprono, per sensibilizzare alla memoria storica, gli strumenti della narrativa, sì da raggiungere la gente con racconti di storie e di vissuti. Credono anche loro, infatti, che la parola che racconta e descrive la realtà (e a volte la spiega) attraverso vicende che ci sono “passate accanto” possa essere davvero un segno di impegno e uno stimolo al cambiamento. La narrativa, del resto, è sempre stata uno strumento fondamentale, soprattutto per i giovani. Al di là delle apparenze, proprio loro, forse più di altri, sanno riconoscere e distinguere chi racconta mirando “alla pancia” e chi, invece, vuole “impregnare” le storie della propria esperienza o mettere in gioco anche la propria storia per dare, come si diceva una volta, testimonianza.

La narrativa, naturalmente, è anche e anzitutto fantastica e si nutre di emozioni, suggestioni, immagini, ecc… Ma anch’essa può essere uno strumento corretto ed efficace sul piano civile se la narrazione, quali che siano i suoi ingredienti specifici, può far compiere un passo in avanti nell’approfondimento, facendo “assaporare” cose che stimolano a condividere riflessioni costruttive.

Anche per questo ho scritto un romanzo e cerco, e cercherò, di continuare a spendere bene le parole che ho a disposizione. Altrimenti la realtà distopica, oggetto della narrazione di molti romanzi oggi in voga, potrebbe non essere più un topos letterario, ma la fotografia delle nostre vite e dei nostri cuori.